Roberto Pietrosanti

F 79 KLIMT
2019
Olio e tecnica mista su carta
cm 18 × 24

SENZA TITOLO
2016
Smalto acriluretanico su lastra PVC
cm 75 × 85

SENZA TITOLO
2013
Smalto acriuretanico su tavola
cm 100 × 90

SENZA TITOLO
2002
Digital print on aluminum / Stampa digitale su alluminio
cm 80 × 120

Un alfabeto di poche forme ricorrenti, quasi fossero le sette note

Roberto Pietrosanti

Roberto Pietrosanti nasce all'Aquila nel 1967 e vive e lavora a Roma. La sua ricerca si sviluppa tra pittura, scultura e installazione, costruendo un linguaggio essenziale in cui materia, spazio e architettura dialogano attraverso un numero limitato di elementi formali.La formazione musicale rappresenta una delle chiavi di lettura della sua opera.

Come osserva la storica dell'arte Ada Masoero, Pietrosanti costruisce il proprio lavoro attraverso "un alfabeto di poche forme ricorrenti, quasi fossero le sette note": monocromi, fili, superfici metalliche, volumi e spilli si combinano in un lessico rigoroso, capace di generare ogni volta nuove relazioni.

Ottone, rame, ferro, resine e materiali industriali diventano strumenti per indagare il rapporto tra pieno e vuoto, luce e superficie, trasformando l'opera in un dispositivo capace di ridefinire lo spazio che la circonda. È una ricerca che si muove costantemente sul confine tra arte e architettura, senza appartenere completamente né all'una né all'altra.

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La musica come primo linguaggio

Prima di dedicarsi alle arti visive, Roberto Pietrosanti studia musica. Questa formazione lascia un segno profondo nel suo modo di concepire l’opera: come in una composizione musicale, la complessità nasce dalla combinazione di pochi elementi fondamentali. Un principio che accompagnerà tutta la sua produzione e che Ada Masoero sintetizzerà parlando di «un alfabeto di poche forme ricorrenti, quasi fossero le sette note».

Roma e gli esordi

Alla fine degli anni Ottanta si trasferisce a Roma, città nella quale vive e lavora tuttora. Il confronto con la stratificazione storica e architettonica della capitale diventa parte integrante della sua ricerca, orientandola verso una riflessione sul rapporto tra opera e spazio.

L’attività espositiva si sviluppa rapidamente tra Italia e internazionale, con mostre a Roma, Parigi, New York, Londra, Liegi, Milano, Bologna e Verona.

Monocromo, materia e vuoto

Fin dagli esordi Pietrosanti costruisce un linguaggio fondato sul monocromo, privilegiando ottone, rame, superfici brunite, spilli e materiali industriali. Il colore viene ridotto all’essenziale per lasciare spazio alla materia, alla luce e alla costruzione dello spazio.

Come osserva Fabio Mauri, il suo monocromo «si serve del vuoto come modo per instaurare luoghi». Il vuoto diventa così un elemento attivo dell’opera, capace di definire relazioni, profondità e percezioni.

Negli anni Novanta il filo assume un ruolo centrale: non delimita semplicemente una forma, ma costruisce geometrie che attraversano lo spazio e trasformano l’aria in materia percettiva.

Tra arte e architettura

Nel 1996 partecipa alla XII Quadriennale di Roma, ottenendo uno dei primi importanti riconoscimenti istituzionali.

Dalla fine degli anni Novanta la sua ricerca dialoga sempre più strettamente con l’architettura. Collabora con Franco Purini, Carlo Maria Sadich e Francesco Moschini e nel 2000 vince il concorso di idee per la risistemazione di Piazza Augusto Imperatore a Roma.

Per Pietrosanti l’opera non occupa semplicemente uno spazio, ma lo interpreta e ne modifica la percezione.

Il riconoscimento internazionale

Nel 2003 realizza una grande installazione ambientale presso la Galleria Volume! di Roma.

L’anno successivo partecipa alla mostra Monocromos. Da Malevič al presente al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid ed è invitato alla X Biennale di Architettura di Venezia, confermando il carattere interdisciplinare della propria ricerca.

Nel 2006 la Galleria A.A.M. di Roma gli dedica la personale Nel bianco, curata da Ada Masoero, Francesco Moschini e Vincenzo Trione.

Nel 2009 partecipa alla mostra Confines al Museo IVAM di Valencia, dove una sua opera entra nella collezione permanente del museo.

L’opera pubblica e i Codici

Nel 2012 inaugura un grande monolite nero sulla scalinata del Museo dell’Ara Pacis di Roma. Successivamente l’opera viene collocata nel Parco Nomade della Tenuta dei Massimi, nell’ambito del progetto curato da Achille Bonito Oliva.

Negli anni più recenti sviluppa il ciclo dei Codici, dedicato ai grandi maestri della storia dell’arte. Da Velázquez a Goya, da Beato Angelico ad Artemisia Gentileschi, Pietrosanti traduce la memoria cromatica delle opere in nuovi sistemi di segni, trasformando il colore in una struttura autonoma e contemporanea.

Parallelamente porta la propria ricerca nel teatro, nella danza contemporanea e nel design, collaborando con Alda Fendi e realizzando tavoli-scultura per Capo d’Opera.

Oggi Roberto Pietrosanti continua una ricerca che attraversa pittura, scultura, installazione e architettura mantenendo una straordinaria coerenza linguistica. Attraverso un lessico ridotto all’essenziale costruisce opere che non occupano semplicemente lo spazio, ma lo trasformano, confermando una delle ricerche più rigorose e riconoscibili dell’arte italiana contemporanea.



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