Pino Pascali

BACO DA SETOLA
1968
Grafite e pennarello su carta
cm 31,5 × 23

Il Gioco serio dell'Immaginazione

Pino Pascali

Pino Pascali ha trasformato il gioco in uno dei linguaggi più rivoluzionari dell'arte italiana del Novecento. Attraverso animali immaginari, armi inutilizzabili, paesaggi ricostruiti e materiali poveri, ha saputo coniugare ironia, memoria mediterranea e sperimentazione, anticipando molte delle ricerche dell'Arte Povera. La sua opera, intensa e brevissima, continua a rappresentare uno dei capitoli più originali dell'arte contemporanea europea.

Approfondisci la biografia completa di Pino Pascali

Le origini tra Puglia e Mediterraneo

Pino Pascali nasce a Bari il 19 ottobre 1935, ma le radici della sua famiglia affondano a Polignano a Mare, luogo al quale rimarrà profondamente legato per tutta la vita.

Il padre è funzionario di Polizia, mentre la madre Lucia appartiene alla stessa famiglia degli scultori Arnaldo e Giò Pomodoro. L’infanzia trascorre tra Bari, un breve soggiorno a Tirana durante gli anni della guerra e il ritorno in Puglia, in un ambiente profondamente segnato dal paesaggio mediterraneo, dalla natura e dalla cultura popolare.

Quell’immaginario fatto di mare, animali, giochi e tradizioni meridionali riaffiorerà costantemente nella sua produzione artistica, pur senza essere mai rappresentato in modo descrittivo.

Napoli e Roma: la formazione

Dopo gli studi liceali si iscrive al Liceo Artistico di Napoli, dove consegue il diploma prima di trasferirsi a Roma nel 1956.

Qui frequenta l’Accademia di Belle Arti seguendo il corso di scenografia di Toti Scialoja. La scenografia, più ancora della pittura, gli offre gli strumenti che diventeranno fondamentali nella sua ricerca: costruire ambienti, trasformare materiali semplici in illusioni visive e concepire l’opera come esperienza spaziale.

Negli stessi anni entra in contatto con gli artisti del cosiddetto Gruppo di Piazza del Popolo, tra cui Mario Schifano, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, Mario Ceroli e Renato Mambor, partecipando al clima di grande rinnovamento che caratterizza la scena romana della fine degli anni Cinquanta.

La televisione come laboratorio creativo

Conclusi gli studi, Pascali lavora come scenografo e grafico pubblicitario per la RAI e per la casa di produzione Lodolofilm.

Realizza scenografie, costumi, sigle televisive e celebri episodi di Carosello, collaborando anche alla progettazione degli spettacoli delle Gemelle Kessler.

Questa esperienza rappresenta una vera palestra creativa. La pubblicità gli insegna il valore dell’immagine immediata, dell’ironia e della capacità di trasformare materiali comuni in finzioni credibili, elementi che diventeranno centrali nella sua futura produzione artistica.

La prima personale

Nel 1965 Plinio De Martiis gli dedica la prima mostra personale alla storica Galleria La Tartaruga di Roma.

Le opere presentate non sono né dipinti né sculture tradizionali, ma oggetti costruiti con materiali poveri che simulano elementi della realtà: muri, ruderi, colonne, paesaggi e architetture vengono reinventati come grandi scenografie sospese tra gioco e memoria.

Fin dagli esordi emerge una caratteristica destinata a distinguere tutta la sua ricerca: nulla è realmente ciò che sembra. Ogni opera è una finzione dichiarata, costruita con leggerezza e ironia.

Le Armi

Tra il 1965 e il 1966 realizza il celebre ciclo delle Armi, presentato da Gian Enzo Sperone a Torino.

Cannoni, mitragliatrici, bombe e carri armati vengono ricostruiti quasi a grandezza naturale utilizzando tubi metallici, legno, paglia, corde e materiali di recupero.

Pur richiamando l’immaginario militare, queste opere sono completamente inutilizzabili. Più che strumenti di guerra, sembrano giganteschi giocattoli.

Attraverso l’ironia Pascali svuota la violenza del suo significato, trasformando l’arma in un oggetto assurdo e infantile. Il riferimento all’universo militare non è casuale: il padre era funzionario di Polizia e la presenza di divise e armamenti aveva accompagnato la sua infanzia.

Gli animali e il gioco

Dal 1966 la sua ricerca si orienta verso uno dei cicli più celebri della sua produzione.

Nascono le cosiddette finte sculture: giraffe, rinoceronti, dinosauri, balene e altri animali costruiti attraverso strutture leggere rivestite di tela.

Sono opere monumentali ma prive di peso, quasi scenografie teatrali o giganteschi giocattoli.

L’artista non cerca il realismo, bensì la meraviglia. Gli animali sembrano uscire dall’immaginario di un bambino, mantenendo però una forte qualità plastica e una raffinata costruzione formale.

Lo stesso Pascali descrive il proprio lavoro con parole che sintetizzano l’intera sua poetica:

“Non credo che uno scultore faccia un lavoro faticoso: egli gioca.”

Per lui il gioco non rappresenta evasione, ma un autentico metodo di conoscenza della realtà.

L’incontro con l’Arte Povera

Il 1967 rappresenta una svolta decisiva.

Alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini presenta opere dedicate agli elementi naturali, come Pozzanghere, Un metro cubo di terra e Due metri cubi di terra.

Per la prima volta acqua e terra entrano direttamente nello spazio espositivo, trasformando la galleria in un ambiente nel quale natura e artificio convivono.

Nello stesso anno Germano Celant inserisce Pascali nella storica mostra Arte Povera – Im Spazio, considerata l’atto di nascita ufficiale del movimento.

Pur partecipando a questa esperienza, Pascali mantiene una posizione del tutto personale. La sua ricerca conserva infatti un carattere profondamente ludico, mediterraneo e teatrale, distinguendosi dalle ricerche più rigorose e concettuali di molti altri protagonisti dell’Arte Povera.

La consacrazione

Tra il 1967 e il 1968 la sua attività espositiva cresce rapidamente.

Partecipa alla Biennale di Parigi, espone in Giappone, a Colonia e in numerose gallerie italiane.

Alla Galleria L’Attico presenta i celebri Bachi da Setola, enormi forme colorate costruite con spazzole industriali che trasformano un materiale comune in una presenza organica e fantastica.

Le opere sembrano creature vive, sospese tra natura e artificio, dimostrando ancora una volta la straordinaria capacità dell’artista di reinventare il reale attraverso materiali inaspettati.

La Biennale di Venezia e la morte

Nel 1968 la Biennale di Venezia gli dedica una sala personale, riconoscendo definitivamente il valore della sua ricerca.

È il momento di maggiore affermazione della sua carriera, destinata però a interrompersi tragicamente.

L’11 settembre 1968 Pino Pascali muore a Roma in seguito a un incidente motociclistico. Aveva soltanto trentadue anni.

Poche settimane dopo la Biennale gli assegna postumo il Premio Internazionale per la Scultura, consacrandolo come una delle figure più innovative dell’arte italiana del secondo Novecento.

L’eredità

Nonostante una carriera durata appena pochi anni, Pino Pascali ha lasciato un’eredità straordinaria.

Le sue opere hanno contribuito a ridefinire il concetto stesso di scultura, introducendo materiali inconsueti, ironia, teatralità e una continua riflessione sul rapporto tra realtà e finzione.

La grande retrospettiva organizzata nel 1969 dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma inaugura una lunga serie di esposizioni internazionali, culminate con importanti mostre al Museo Reina Sofía di Madrid e alla Fondazione Prada di Milano.

Oggi il suo lavoro continua a essere custodito e studiato dalla Fondazione Museo Pino Pascali di Polignano a Mare, testimonianza di un artista che ha saputo conservare fino all’ultimo lo sguardo curioso e libero dell’infanzia.



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