HANS-PETER FELDMANN

FLOWER POTS
2000
Synthetic flowers and soil in plastic pots, 15 elements
cm dimensioni variabili

L'Arte è una Cosa Banale per Tutti

A-One

Hans-Peter Feldmann nasce il 17 gennaio 1941 a Hilden, vicino a Düsseldorf, nella Germania del dopoguerra. Cresce in un Paese che sta ricostruendo la propria identità e in cui le immagini, quasi scomparse durante la guerra, tornano a invadere la vita quotidiana. Sarà proprio quella iniziale scarsità a renderlo, come racconterà lui stesso, ossessionato dalle fotografie e dal loro potere.

Cresciuto nella Düsseldorf che vede emergere figure come Joseph Beuys e Gerhard Richter, Feldmann sceglie però una strada completamente personale. Non gli interessa creare immagini straordinarie, ma osservare quelle più comuni: fotografie anonime, ritagli di giornale, oggetti quotidiani, dettagli che tutti vedono ma che quasi nessuno guarda davvero.Da questa intuizione nasce tutta la sua ricerca. Per Feldmann l'arte non è qualcosa di sacro o distante, ma un'esperienza semplice e accessibile, capace di trasformare il banale in uno sguardo nuovo sul mondo.

Approfondisci la biografia completo di Hans Peter Feldmann

Gli anni Sessanta: Linz, la pittura abbandonata e la svolta del 1968

Negli anni Sessanta, Feldmann studia pittura alla University of Arts and Industrial Design di Linz, in Austria, città natale di Hitler e luogo in cui il Führer aveva immaginato il grande museo dell’arte europea che non sarebbe mai esistito. È un contesto carico di contraddizioni: una città profondamente legata all’immaginario artistico del nazismo, mentre l’Austria cerca ancora di confrontarsi con il proprio passato.

La pittura, però, non lo soddisfa. Nel 1968 la abbandona definitivamente e sceglie una strada del tutto diversa. Non segue l’astrazione né il gesto espressivo dominante nella scena tedesca del tempo, ma si rivolge alle immagini trovate, alle fotografie di giornale e a tutto ciò che appartiene alla quotidianità più comune.

Nella Düsseldorf di quegli anni, animata da figure come Joseph Beuys e dalla galleria di Konrad Fischer, Feldmann sviluppa una ricerca personale, silenziosa e radicale, lontana dalla monumentalità delle avanguardie contemporanee.

1968-1976: i Bilderhefte – i libriccini delle immagini

Dal 1968 Feldmann realizza i Bilderhefte, piccoli fascicoli fatti a mano destinati a diventare la firma della sua prima produzione. Non sono firmati, numerati o pubblicati da editori: vengono distribuiti liberamente, quasi fossero semplici opuscoli.

Ogni volume raccoglie immagini dedicate a un unico soggetto: ginocchia, scarpe, montagne, donne, stelle del cinema. Estratte dal loro contesto originario, queste fotografie acquistano un significato nuovo, dimostrando come anche l’immagine più banale possa trasformarsi semplicemente cambiando il modo in cui viene osservata.

La scelta di non firmare le opere, di non limitarne la tiratura e di distribuirle senza le logiche del collezionismo riflette la volontà di sottrarre l’arte ai meccanismi del mercato e avvicinarla alla circolazione spontanea delle immagini della cultura di massa.

1973: Secret Picturebook

Nel 1973 Feldmann pubblica Secret Picturebook, uno dei suoi libri più celebri. All’apparenza è un serio volume accademico, ma tra le pagine nasconde fotografie in bianco e nero di torsi femminili in lingerie. Il contrasto tra la forma rigorosa del libro e le immagini inattese crea un cortocircuito ironico che diventa uno dei tratti distintivi della sua poetica.

Più che provocare, Feldmann gioca con le aspettative dello spettatore. L’umorismo, la sorpresa e il ribaltamento del contesto diventano strumenti attraverso cui mettere in discussione le convenzioni dell’arte e dell’alta cultura.

1967-1993: Die Toten – la morte come archivio

Una delle opere più potenti della carriera di Hans-Peter Feldmann è Die Toten (I Morti). Tra il 1967 e il 1993 raccoglie le fotografie pubblicate dai giornali delle persone uccise dalla violenza politica e dal terrorismo in Germania: vittime della RAF, della repressione di Stato, della violenza neofascista e degli scontri che attraversano il Paese in quegli anni.

Il risultato è un libro, pubblicato nel 1998, in cui i volti dei morti si susseguono senza gerarchie, senza retorica, senza trasformarsi in eroi o martiri. Sono semplicemente esseri umani la cui vita è stata interrotta. In quest’opera Feldmann affronta la storia tedesca non attraverso la denuncia diretta, ma attraverso l’archivio: raccoglie immagini già esistenti e le sottrae alla narrazione politica che le aveva consumate, restituendo loro una dignità silenziosa.

Documenta 5 e Documenta 6

Negli anni Settanta Feldmann partecipa a Documenta 5 nel 1972 e a Documenta 6 nel 1977, a Kassel. È un riconoscimento importante, arrivato prima della piena affermazione internazionale del suo lavoro. Nel 1977 espone anche al Museum Folkwang di Essen nella mostra Eine Stadt. Essen, progetto fotografico dedicato alla città e vicino alla sua attenzione per lo sguardo democratico, seriale e quotidiano.

1980: il ritiro dal mondo dell’arte

Nel 1980, dopo una mostra a Gand, Feldmann compie un gesto radicale: distrugge gran parte delle opere ancora in suo possesso e si ritira dal sistema dell’arte. Apre un negozio di souvenir e ditali a Düsseldorf, produce giocattoli di latta e lavora a un servizio di vendita per corrispondenza.

Non è una semplice fuga né una crisi romantica. È una scelta coerente con il suo pensiero: se l’arte non deve essere sacra, allora anche vendere ditali o costruire giocattoli può avere la stessa dignità del lavoro artistico. Quel decennio fuori dal sistema diventa così una delle dichiarazioni più radicali della sua carriera.

1989: il ritorno con Kasper König

Nel 1989 il curatore Kasper König convince Feldmann a tornare sulla scena artistica con la mostra Das Museum im Kopf al Portikus di Francoforte. Il titolo, Il museo nella testa, riassume perfettamente la sua visione: il museo non è solo un edificio, ma un sistema mentale di immagini, ricordi e relazioni.

Feldmann torna senza cambiare natura. Non cerca una nuova monumentalità, né un manifesto del ritorno. Riprende il proprio lavoro con la stessa attenzione per le immagini banali, i libri, gli archivi e la circolazione libera delle fotografie.

1994-2001: Voyeur, 100 Years e le immagini del Novecento

Negli anni Novanta realizza alcune delle opere più ambiziose della sua carriera. Voyeur, pubblicato nel 1994 e poi ampliato nel 1997, è un grande libro di immagini che accosta incidenti, nudi, paesaggi, cronaca, ritratti e fotografie anonime. Nessuna immagine domina sulle altre: tutte convivono nello stesso flusso visivo, come accade nella cultura di massa.

Nel 2001 realizza 100 Years, una delle sue opere più note e commoventi. Feldmann fotografa 101 persone di sua conoscenza, da un bambino di otto mesi a una persona di cento anni, disponendo i ritratti in ordine di età. L’opera diventa un ritratto dell’esistenza umana nella sua interezza, semplice e profondissimo.

1999: le vedute dalle camere d’hotel

Tra le serie più riconoscibili vi sono le fotografie scattate dalle finestre degli hotel in cui soggiorna. Feldmann non cerca panorami spettacolari: fotografa tetti, parcheggi, strade, cortili interni, paesaggi qualunque. È il mondo visto di passaggio, senza scelta e senza enfasi.

Attraverso l’accumulo e la ripetizione, queste immagini mediocri acquistano forza. La singola veduta resta banale, ma la serie rivela il modo in cui il quotidiano produce significato proprio attraverso la sua apparente insignificanza.

2001: 9/12 Frontpage

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Feldmann raccoglie oltre cento prime pagine di giornali pubblicate il giorno successivo in diverse parti del mondo. 9/12 Frontpage mostra lo stesso evento raccontato attraverso lingue, fotografie, titoli e prospettive differenti.

L’opera diventa una riflessione sulla fotografia come costruzione culturale: la realtà sembra unica, ma ogni immagine la organizza, la interpreta e la trasforma secondo il punto di vista di chi la produce.

2009: la Biennale di Venezia e il David rosa

Nel 2009 Feldmann partecipa alla Biennale di Venezia con una delle sue opere più ironiche: un David ispirato a Michelangelo, alto sei metri, realizzato in stucco e verniciato di rosa acceso. Il simbolo della perfezione rinascimentale diventa un oggetto quasi kitsch, tra monumento e giocattolo.

È un gesto tipicamente feldmanniano: non distrugge la tradizione, ma la sposta di tono. Le toglie sacralità, la rende vulnerabile, la avvicina allo sguardo comune.

2010: il Hugo Boss Prize

Nel 2010 il Guggenheim Museum di New York gli assegna il Hugo Boss Prize, del valore di 100.000 dollari. Per la mostra legata al premio, Feldmann decide di usare proprio quel denaro: cambia l’intera somma in banconote da un dollaro e le appende alle pareti della galleria.

Il premio diventa l’opera. Il sistema dell’arte, che attribuisce valore economico all’artista, viene restituito allo spettatore nella sua forma più letterale. È un gesto semplice, quasi ovvio, ma proprio per questo potentissimo: il denaro smette di essere premio e diventa immagine.

I libri, le edizioni illimitate e il rifiuto della firma

Per tutta la carriera Feldmann rifiuta molte regole del mercato dell’arte. Non firma le opere, non limita le tirature, produce libri attraverso la propria Feldmann-Verlag senza trasformarli in oggetti rari o elitari. Le sue pubblicazioni devono poter circolare come libri comuni, non come feticci da collezione.

Questa posizione è centrale nel suo lavoro: l’arte, per Feldmann, deve restare accessibile, vicina, quotidiana. Non deve creare distanza tra chi può possederla e chi può soltanto guardarla.

2015: il Louisiana Museum e l’ironia sulla pittura

Nel 2015, al Louisiana Museum of Modern Art in Danimarca, espone opere in cui interviene su dipinti altrui con piccoli gesti ironici. Aggiunge nasi rossi da clown a ritratti austeri, inserisce barre nere di censura in scene mitologiche, altera il tono dell’immagine con modifiche minime.

Il suo intervento non cancella l’opera originale, ma ne rivela le convenzioni. Basta un dettaglio per far crollare la serietà del quadro e costringere lo spettatore a guardarlo in modo nuovo.

Il vocabolario dell’opera matura

Negli anni Duemila Feldmann continua a lavorare su soggetti comuni: fragole, fiori, immagini commerciali, fotografie anonime. In One Pound Strawberries fotografa una a una le fragole che compongono una libbra, mostrando le differenze individuali dentro ciò che normalmente viene trattato come quantità indistinta.

In Album accosta immagini commerciali, scene di cronaca, cibo, corpi, animali, sport e fotografie personali. Ancora una volta, nessuna immagine è più importante dell’altra. Tutto entra nello stesso vocabolario visivo.

La filosofia quotidiana

Una delle sue frasi più note è: “Solo cinque minuti al giorno sono interessanti.” In questa affermazione si concentra tutta la sua poetica: l’arte non nasce necessariamente dall’eccezionale, ma dall’attenzione verso ciò che sembra minimo, ripetitivo, ordinario.

Per Feldmann l’arte accade quando qualcuno guarda qualcosa e prova qualcosa. Non serve la grandezza del monumento, né la sacralità del museo. Basta uno spostamento dello sguardo, un’immagine banale osservata per la prima volta davvero.

24 maggio 2023

Hans-Peter Feldmann muore il 24 maggio 2023 a Düsseldorf. Dopo la sua scomparsa, il Kunstpalast della città gli dedica la grande retrospettiva Hans-Peter Feldmann, curata da Felicity Korn, ripercorrendo sessant’anni di raccolta, riordino e trasformazione delle immagini.

La sua opera rimane una delle ricerche più libere e radicali dell’arte contemporanea: un lavoro costruito su fotografie trovate, libri, archivi, oggetti comuni e gesti minimi. Feldmann ha dimostrato che l’arte può nascere dalle cose più banali, purché qualcuno sia disposto a guardarle abbastanza a lungo da sentirne la musica.



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