DISEGNO ALLA FINESTRA
1993
Gouache, matita e piombo
cm 103 × 75
Pietro Paolo Chissotti nasce a Torino nel 1936. Il nome con cui entrerà nella storia dell'arte, Paolo Icaro, gli viene attribuito da Umberto Mastroianni, suo primo maestro, per distinguerlo dai due fratelli Chissotti, anch'essi scultori. Quel nuovo nome diventa fin da subito il simbolo di una ricerca che mette continuamente in discussione identità, materia e forma, come se l'opera fosse il risultato di un processo in costante trasformazione.
Cresciuto nella Torino del dopoguerra, tra la ricostruzione industriale e una vivace scena culturale, sviluppa fin da giovane interessi che spaziano dalla musica agli studi umanistici. Frequenta la Facoltà di Lettere dell'Università di Torino, senza concludere il percorso, ma da queste esperienze eredita un'attenzione particolare per il ritmo, il tempo e il rapporto tra pensiero e materia, elementi destinati a diventare centrali nella sua ricerca artistica. La scultura, per Icaro, non sarà mai un oggetto definitivo, ma un processo aperto, in continua evoluzione, capace di mettere in relazione il corpo, lo spazio e il tempo.
1958: Umberto Mastroianni e la scoperta della scultura
Nel 1958 Paolo Icaro abbandona gli studi universitari e inizia a frequentare lo studio di Umberto Mastroianni, figura centrale della scultura italiana del secondo dopoguerra. È proprio Mastroianni a dargli il nome con cui diventerà conosciuto nel mondo dell’arte, scegliendo “Icaro” per distinguerlo dagli altri Chissotti scultori attivi a Torino.
Quel nome porta già dentro di sé una tensione simbolica fortissima: il volo e la caduta, l’aspirazione e il limite, il desiderio di superare la materia e la consapevolezza della sua fragilità. Nello studio di Mastroianni, Icaro apprende il mestiere della scultura, il rapporto con l’argilla, il gesso, la costruzione della forma e la presenza fisica dell’opera nello spazio.
Il vero punto di svolta arriva però davanti all’opera di Lucio Fontana. Di Fontana lo colpisce soprattutto “quel tempo veloce”, la rapidità del gesto che incide la superficie e resta impressa come traccia definitiva. Da quel momento, uno dei problemi centrali della sua ricerca diventa il rapporto tra forma e tempo: come trattenere nella scultura l’energia di un’azione, di un passaggio, di un gesto già avvenuto.
Roma, la ceramica e i primi riconoscimenti
Nel 1960 Icaro si trasferisce a Roma, allora uno dei centri più vitali dell’arte italiana. La città raccoglie gallerie, artisti e ricerche che stanno ridefinendo il linguaggio contemporaneo, dalla scena di Piazza del Popolo alle prime aperture verso le sperimentazioni internazionali.
Nel 1962 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Schneider di Roma. Sono ancora anni di ricerca e di definizione del linguaggio, ma il suo percorso inizia rapidamente a ottenere riconoscimenti: nel 1964 riceve il Premio del Ministero per il Commercio con l’Estero alla III Biennale d’Arte della Ceramica di Gubbio e nel 1965 viene invitato alla IX Quadriennale di Roma.
New York e le Gabbie
Nel 1966 Icaro si trasferisce a New York con Nancy Nina, dove rimane fino al 1968. Entra così in contatto diretto con il Minimalismo, la Process Art e le ricerche americane che stavano trasformando radicalmente l’idea di scultura.
Da questa esperienza nasce la serie delle Forme di Spazio, presto conosciute come Gabbie. Si tratta di strutture in profilati metallici che non chiudono lo spazio, ma lo definiscono. Non sono oggetti pieni, monumentali o autosufficienti: sono dispositivi aperti, costruzioni leggere che rendono visibile il rapporto tra corpo, spazio e misura.
Per Icaro la scultura non occupa semplicemente uno spazio: lo genera. L’opera diventa un luogo, una presenza che condivide la stessa gravità del corpo umano. Non è qualcosa da osservare a distanza, ma una forma che esiste nello stesso ambiente fisico dello spettatore.
Nel 1967 espone le Gabbie alla Galleria La Tartaruga di Roma e viene invitato da Germano Celant alla mostra fondativa Arte Povera – Im Spazio alla Galleria La Bertesca di Genova.
Genova, Amalfi e Faredisfarerifarevedere
Nel 1968 Icaro si trasferisce a Genova e presenta alla Galleria La Bertesca una personale dal titolo destinato a diventare una vera dichiarazione poetica: Faredisfarerifarevedere.
In quella parola unica convivono quattro azioni fondamentali: fare, disfare, rifare, vedere. La scultura non è più pensata come risultato definitivo, ma come processo continuo, come forma che nasce, si modifica, si misura con l’errore, con il tempo e con la possibilità di essere ripensata.
Nello stesso anno partecipa alla storica mostra Arte Povera più Azioni Povere ad Amalfi, organizzata da Germano Celant e Marcello Rumma. Qui compie un gesto semplice e potentissimo: con cemento e cazzuola ripristina lo spigolo sbrecciato di un palazzo antico. La riparazione diventa opera, il gesto del muratore si trasforma in gesto scultoreo. Non si tratta di aggiungere una nuova forma al mondo, ma di riconnettere materia, storia, spazio e tempo.
Il circuito internazionale delle avanguardie
Tra il 1968 e il 1969 Icaro partecipa ad alcune delle mostre più importanti dell’avanguardia internazionale. È presente al Teatro delle Mostre della Galleria La Tartaruga di Roma, a Op Losse Schroeven allo Stedelijk Museum di Amsterdam e soprattutto a When Attitudes Become Form, curata da Harald Szeemann alla Kunsthalle di Berna nel 1969.
Queste esposizioni segnano il passaggio decisivo da un’arte fondata sull’oggetto a un’arte fondata sull’attitudine, sul processo e sulla relazione con lo spazio. Icaro vi partecipa mantenendo una posizione autonoma, vicina all’Arte Povera ma mai completamente riducibile a essa, distante dal monumentalismo minimalista americano e più interessata alla fragilità, alla misura e alla presenza del corpo.
Il Connecticut e la scoperta del gesso
Nel 1971 Icaro torna negli Stati Uniti e si stabilisce nel Connecticut, dove rimane per gran parte del decennio. Sono anni più appartati, dedicati alla riflessione sui materiali e sul senso stesso del fare scultura.
Verso la fine degli anni Settanta scopre nel gesso il materiale più adatto alla propria ricerca. Tradizionalmente usato come fase intermedia nel processo scultoreo, tra il modello e la fusione finale, il gesso diventa per Icaro un medium autonomo e definitivo.
La sua fragilità, la capacità di trattenere l’impronta della mano, l’irregolarità della superficie e la vulnerabilità alla scheggiatura lo rendono perfetto per una scultura che non vuole nascondere il processo, ma conservarlo. Il gesso registra il gesto, l’errore, la pressione del corpo sulla materia. In questo senso diventa il materiale del tempo.
One’s One e la geometria imperfetta
Nel 1978, con la serie One’s One, Icaro porta questa riflessione a una forma particolarmente intensa. Un travetto di gesso sostiene cubi tagliati manualmente, ricavati dal suo stesso volume.
La geometria, apparentemente stabile e razionale, viene attraversata dall’irregolarità del gesto. Il cubo, forma neutra per eccellenza, perde la propria perfezione e rivela una presenza più fragile, più umana, più viva. La scultura nasce proprio da questa tensione tra misura e imperfezione.
Il ritorno in Italia e la Cornice
Alla fine degli anni Settanta Icaro rientra in Italia e si stabilisce a Tavullia, nelle Marche, dove vive e lavora. Nel 1982 il PAC di Milano gli dedica una grande mostra personale, seguita nel 1987 dall’esposizione alla Palazzina dei Giardini di Modena. Nel 1990 Mario Bertoni pubblica la prima monografia sull’artista.
Sempre nel 1982 realizza la serie Cornice, in cui la cornice non è più il bordo di un’immagine, ma una struttura autonoma capace di produrre un luogo. Non contiene un dipinto, ma delimita uno spazio di attenzione. Indica che lì, in quel margine, qualcosa può accadere.
Dagli anni Novanta alle grandi antologiche
Nel 1995 Danilo Eccher cura una grande mostra antologica alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento, consolidando il riconoscimento istituzionale dell’artista.
In questi anni Icaro lavora anche con la carta, esplorandone la flessibilità, la leggerezza e la fragilità come qualità scultoree. Partecipa inoltre a importanti mostre collettive, tra cui Arte italiana degli ultimi quarant’anni alla GAM di Bologna e Immagini. Arte italiana dal 1942 ai nostri giorni alla European Central Bank di Francoforte.
Nel 2007 realizza un intervento permanente per l’Italian Department della UCLA a Los Angeles. Nel 2008 partecipa a Time & Place: Milano-Torino 1958-1968, presentata al Moderna Museet di Stoccolma e al Kunsthaus di Zurigo, e alla grande mostra Italics. Arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968-2008, al Palazzo Grassi di Venezia e al Museum of Contemporary Art di Chicago.
Gli ultimi riconoscimenti e la scultura come misura
Nel 2008 Icaro viene eletto membro dell’Accademia Nazionale di San Luca, uno dei riconoscimenti più importanti per un artista italiano.
Nel 2019 la GAM di Torino gli dedica la mostra Paolo Icaro. Antologia 1964-2019, che ripercorre oltre cinquant’anni di ricerca. Nello stesso anno l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani gli commissiona l’opera permanente Percorso neuronale.
Nel 2020 il MAXXI di Roma presenta la personale SenzaMargine. Passaggi nell’arte italiana a cavallo del millennio, confermando la centralità della sua ricerca nella scultura italiana contemporanea.
Paolo Icaro continua a proporre un’alternativa alla spettacolarità monumentale di molta arte contemporanea. La sua scultura lavora sulla misura del corpo, sulla fragilità dei materiali, sulla precisione del gesto e sulla possibilità che una forma resti sempre aperta. Fare, disfare, rifare, vedere: in questa sequenza si concentra il senso più profondo della sua opera.
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