Nan Goldin

DO I HAVE TO DRAW YOU A PICTURE
2022
Cast and pigmented paper
cm 190 × 150

Fotografai le Persone per Non Dimenticarle

Nan Goldin

Nan Goldin nasce il 12 settembre 1953 a Washington D.C. e cresce in una famiglia ebrea della classe media americana. L'evento che segna profondamente la sua vita arriva però nel 1965, quando la sorella maggiore Barbara si toglie la vita dopo anni di istituzionalizzazioni psichiatriche. Quella perdita diventa il nucleo originario della sua ricerca artistica: la fotografia nasce come gesto d'amore, memoria e resistenza contro l'oblio.

Da quel momento Goldin dedica la propria vita a raccontare le persone che ama, trasformando l'intimità, la fragilità e la vita vissuta in una delle testimonianze fotografiche più intense e influenti dell'arte contemporanea.

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La morte di Barbara e l’origine dello sguardo

Quella morte – la sorella che non voleva conformarsi e che il sistema ha distrutto invece di comprendere – è la radice più profonda di tutta l’opera di Nan Goldin. Non come trauma da superare né come motivo terapeutico da elaborare: come fatto fondativo che orienta ogni scelta successiva.

Goldin stessa ha raccontato questa connessione con parole essenziali: iniziò a bucarsi e a scattare fotografie. Quello, in qualche modo, le salvò la vita. La fotografia diventa così un’alternativa alla morte, una risposta alla perdita della sorella, un sistema per non perdere le persone amate prima ancora di perderle davvero.

“Pensavo di non perdere mai nessuno se lo fotografavo abbastanza. Di fatto, le mie foto mi mostrano quanto ho perso.” In questa tensione – tra il fotografare per trattenere e il vedere, attraverso le immagini, tutto ciò che è stato perduto – nasce il nucleo più profondo della sua pratica fotografica.

La fuga da casa e la scoperta della fotografia

Dopo la morte di Barbara, la famiglia Goldin non riesce davvero a confrontarsi con ciò che è accaduto. Nan sviluppa presto una profonda diffidenza verso i miti borghesi dell’amore romantico, della famiglia tradizionale e della normalità come destino obbligato.

Tra i tredici e i quattordici anni lascia la casa dei genitori. Non è una fuga romantica, ma una fuga fisica da un luogo diventato insostenibile. Vive in case-famiglia, frequenta scuole alternative e approda alla Satya Community School di Lincoln, Massachusetts, una scuola progressista nata nel clima culturale degli anni Sessanta.

È lì, attorno ai quindici-sedici anni, che un membro dello staff le mette in mano per la prima volta una macchina fotografica. Da quel momento la fotografia diventa uno strumento di sopravvivenza: un modo per costruire una famiglia diversa, per tenere vicino ciò che rischia continuamente di scomparire.

Boston, le drag queen e la famiglia scelta

All’inizio degli anni Settanta Goldin si trasferisce a Boston. Qui incontra la comunità che diventerà la sua vera famiglia di elezione: drag queen, amici, artisti, persone ai margini delle regole sociali ma centrali nella sua vita.

Comincia a fotografare le sue coinquiline drag queen in casa e nei bar gay, con uno sguardo intimo, partecipe, mai voyeuristico. Quelle immagini in bianco e nero, tra cui Ivy wearing a fall, Boston del 1973, costituiscono il suo primo nucleo di lavoro.

Nel 1973 presenta la sua prima mostra personale al Project Inc. di Cambridge, Massachusetts. Le fotografie della comunità transgender bostoniana rivelano già il tratto distintivo della sua opera: bellezza, vulnerabilità, gioia e fragilità vengono fotografate dall’interno, non osservate da lontano.

La formazione artistica e il colore

Nel 1974 Goldin si iscrive alla School of the Museum of Fine Arts di Boston, dove segue i corsi del fotografo Henry Horenstein. In quegli anni scopre anche Tulsa di Larry Clark, libro fondamentale che mostra come sia possibile fotografare la vita dall’interno, senza pulirla, senza addolcirla, senza trasformarla in immagine rispettabile.

La differenza decisiva, però, è che Goldin non guarda una comunità dall’esterno: ne fa parte. Fotografa i propri amici, i propri amori, la propria dipendenza, le proprie perdite. La macchina fotografica non è uno strumento di distanza, ma una forma di appartenenza.

In questo periodo passa dal bianco e nero al colore, lavorando con stampe Cibachrome e diapositive 35mm. Il colore saturo, denso, quasi febbrile, diventerà una delle firme visive più riconoscibili della sua fotografia.

New York, il Bowery e la nascita della Ballad

Nel 1978 Goldin si trasferisce a New York. La città che incontra è quella del Bowery, dei club, della scena New Wave e No Wave, della cultura gay post-Stonewall, della notte, della droga e delle comunità costruite ai margini.

Qui la sua “famiglia scelta” assume una forma definitiva. Non più la parentela del sangue, ma quella della condivisione: persone unite da desideri, dipendenze, libertà, fragilità e modi di vivere incompatibili con la norma borghese.

Nel 1979, al Mudd Club di New York, Goldin presenta per la prima volta The Ballad of Sexual Dependency, l’opera che diventerà il centro della sua carriera e uno dei lavori più importanti della fotografia del Novecento.

The Ballad of Sexual Dependency

The Ballad of Sexual Dependency è un’installazione in continua evoluzione composta da centinaia di immagini raccolte tra il 1979 e il 1986. Le fotografie mostrano amore, sesso, violenza, dipendenza, amicizia, vita domestica, droga, solitudine e intimità.

La struttura è quella dello slide show musicale: diapositive proiettate con una colonna sonora che mescola rock, blues, opera e reggae. Nata nei nightclub e poi entrata nelle gallerie, la Ballad porta nello spazio dell’arte la temperatura emotiva della vita reale.

Nel 1985 viene presentata alla Whitney Biennial e nel 1986 diventa un libro fotografico pubblicato da Aperture. Da quel momento Goldin entra definitivamente nella storia della fotografia contemporanea.

Lo snapshot come forma d’arte

La rivoluzione di Goldin non nasce dalla perfezione tecnica, ma dal suo contrario. Le sue immagini sono spesso mosse, granulate, illuminate male, apparentemente casuali. E proprio per questo cambiano il modo in cui la fotografia documentaria e artistica può raccontare l’intimità.

Goldin trasforma lo snapshot – l’istantanea privata, familiare, affettiva – in una forma d’arte. Le sue fotografie non cercano distanza o oggettività: cercano prossimità. Nascono dall’amore, dal desiderio di ricordare, dal bisogno di costruire una storia registrando una storia.

Per Goldin fotografare non significa separarsi dal soggetto, ma toccarlo. La fotografia è una carezza, un gesto che avvicina invece di allontanare, un modo per dire: ti vedo, la tua esistenza conta.

Dolore, violenza e memoria

Nel 1984 Goldin realizza uno dei suoi autoritratti più celebri e duri: Nan One Month After Being Battered. L’immagine la mostra un mese dopo essere stata brutalmente picchiata dal compagno. Il volto è segnato, gli occhi sono gonfi e lividi, lo sguardo è diretto.

Quella fotografia non nasconde la violenza domestica e non la trasforma in estetica compiaciuta. La espone nella sua evidenza fisica, come atto di verità e di sopravvivenza.

Alla fine degli anni Ottanta, mentre la sua dipendenza dall’eroina raggiunge un punto critico, la comunità che Goldin aveva fotografato comincia a essere devastata dall’AIDS. Cookie Mueller, una delle figure centrali della sua vita e della sua opera, muore nel 1989. Nello stesso anno Goldin intraprende la riabilitazione e organizza una delle prime grandi mostre sull’AIDS a New York.

I’ll Be Your Mirror e le grandi retrospettive

Nel 1995 Goldin co-dirige con David Armstrong il film autobiografico I’ll Be Your Mirror, prodotto dalla BBC. Il titolo, “Sarò il tuo specchio”, sintetizza perfettamente il suo rapporto con la fotografia: non un documento oggettivo, ma una restituzione intima, il riflesso di una vita condivisa.

Tra il 1996 e il 1997 il Whitney Museum of American Art di New York le dedica una grande retrospettiva, consacrando definitivamente il suo ruolo nella fotografia contemporanea. Nel 2001 seguono le retrospettive europee al Centre Pompidou di Parigi e alla Whitechapel Art Gallery di Londra.

Sisters, Saints and Sibyls e il ritorno a Barbara

Nel 2004 Goldin torna esplicitamente alla radice della propria storia con Sisters, Saints and Sibyls, opera dedicata alla sorella Barbara. In questo lavoro intreccia fotografie familiari, immagini documentarie e materiali d’archivio legati alle istituzioni che avevano controllato la vita della sorella.

Il progetto mostra come le immagini possano diventare una forma di resistenza. I documenti istituzionali raccontavano Barbara come un caso da contenere; le fotografie, invece, insistono sulla sua umanità.

P.A.I.N. e l’attivismo contro la famiglia Sackler

Nel 2017 Goldin racconta pubblicamente la propria dipendenza dall’OxyContin, oppioide prodotto dalla Purdue Pharma, azienda legata alla famiglia Sackler. Da questa esperienza nasce P.A.I.N. – Prescription Addiction Intervention Now –, gruppo di attivismo fondato per denunciare il ruolo della famiglia Sackler nella crisi degli oppioidi negli Stati Uniti.

Goldin porta la protesta dentro i musei che avevano ricevuto donazioni dalla famiglia Sackler. Le azioni di P.A.I.N. trasformano le sale museali in spazi politici, costringendo alcune delle più importanti istituzioni culturali del mondo a interrogarsi sulle proprie responsabilità.

Grazie anche a queste proteste, numerosi musei hanno rimosso il nome Sackler dai propri spazi, tra cui il Metropolitan Museum di New York, il Louvre, il Guggenheim, il V&A, la Tate e il Guggenheim di Bilbao.

Riconoscimenti, musei ed eredità artistica

Nel 2007 Nan Goldin riceve l’Hasselblad Award, uno dei più importanti riconoscimenti internazionali dedicati alla fotografia. Le sue opere sono presenti nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, della Tate Modern di Londra, del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, del Centre Georges Pompidou di Parigi e della National Gallery of Australia.

Nel 2022 il documentario All the Beauty and the Bloodshed, diretto da Laura Poitras e dedicato alla sua vita e al suo attivismo, vince il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia e viene nominato all’Oscar come miglior documentario.

Nan Goldin vive e lavora tra New York e Parigi. La sua opera resta una delle testimonianze più intense dell’arte contemporanea: una fotografia nata dall’amore, dalla perdita, dalla memoria e dal bisogno di dare visibilità a esistenze che il mondo avrebbe preferito non vedere.



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