Michele Zaza

MIMESI
1975
Fotografia a colori applicata su pannello di cartone
cm 24,2 × 30 (2)

La Fotografia come varco verso l’Universo Interiore

Michele Zaza

Michele Zaza è una delle figure più originali della fotografia concettuale italiana del secondo Novecento. Fin dagli inizi degli anni Settanta utilizza il mezzo fotografico non come semplice strumento di documentazione, ma come spazio di costruzione simbolica, capace di mettere in relazione il corpo, la memoria, il quotidiano e la dimensione cosmica.Attraverso sequenze fotografiche, performance, installazioni e interventi pittorici, Zaza trasforma oggetti comuni come molliche di pane, ovatta, cuscini e frammenti di materia in elementi di un universo poetico e misterioso. I volti dell’artista e dei suoi familiari diventano presenze archetipiche, sospese tra natura e cultura, intimità domestica e mito. La sua ricerca, sviluppata con straordinaria coerenza nel corso di oltre cinquant’anni, ha contribuito a ridefinire il ruolo della fotografia nell’arte contemporanea italiana e internazionale.

Approfondisci la biografia completa di Michele Zaza

Le origini in Puglia

Michele Zaza nasce il 7 novembre 1948 a Molfetta, in provincia di Bari.

La luce mediterranea, il paesaggio dell’Italia meridionale e la presenza quotidiana di una dimensione simbolica e spirituale costituiscono il primo ambiente visivo della sua formazione.

Prima di trasferirsi a Milano frequenta l’Istituto d’Arte di Bari, dove entra in contatto con lo studio sistematico delle discipline artistiche.

Gli anni di Brera

Nel 1967 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, frequentando il corso di Scultura tenuto da Marino Marini.

Consegue il diploma nel 1971.

La formazione scultorea lascia un’impronta profonda nella sua successiva produzione fotografica. Pur scegliendo progressivamente l’immagine come principale linguaggio espressivo, Zaza continua infatti a ragionare in termini di spazio, corpo, materia e presenza fisica dell’opera.

La fotografia non viene quindi intesa come superficie bidimensionale, ma come costruzione di un ambiente simbolico.

Cristologia e la prima mostra personale

Nel 1972 presenta la sua prima mostra personale alla Galleria Diagramma di Milano, diretta da Luciano Inga-Pin.

Il ciclo esposto, intitolato Cristologia, introduce alcuni dei temi fondamentali della sua ricerca: il rapporto tra individuo e potere, la libertà apparente, la condizione umana e il corpo come luogo di conflitto.

La figura di Cristo non viene affrontata esclusivamente in senso religioso, ma come archetipo dell’essere umano sottoposto al peso della storia, della società e delle strutture di controllo.

Fin dagli esordi, Zaza afferma così una concezione dell’arte non come alternativa alla realtà, ma come conseguenza diretta della condizione umana.

Dissidenza ignota e la dimensione familiare

Nel 1973 realizza il ciclo Dissidenza ignota, nel quale compare la madre dell’artista.

In una delle immagini più significative, la donna è rappresentata mentre sta per addormentarsi, accanto a una pistola appoggiata su un cumulo di ovatta.

La morbidezza e la protezione convivono con la minaccia e la violenza. Lo spazio domestico diventa così il luogo in cui elementi privati, politici e simbolici si sovrappongono.

La scelta di coinvolgere i genitori nelle proprie opere rappresenta una delle caratteristiche più originali del lavoro di Zaza. Le figure familiari non sono semplici soggetti fotografici, ma presenze attraverso cui l’artista indaga la vulnerabilità, la memoria, la ripetizione e la condizione universale dell’essere umano.

Naufragio euforico e Sisifo ritrovato

Nel 1974 realizza cicli come Naufragio euforico e Sisifo ritrovato madre e figlio.

Il primo titolo unisce due condizioni apparentemente opposte: la perdita e l’euforia, il fallimento e la possibilità di liberazione.

Nel secondo, il mito di Sisifo viene trasferito nella dimensione familiare. Il rapporto tra madre e figlio diventa metafora del destino, della ripetizione e del peso trasmesso tra le generazioni.

Nello stesso periodo Zaza realizza La felicità e il dovere nella ripetizione omologata, una sequenza di diciotto fotografie in cui l’artista e la madre ripetono gli stessi gesti, intervallati dalle immagini del libro e della televisione.

L’opera riflette sui meccanismi attraverso cui la società, l’informazione e la cultura producono comportamenti uniformi.

Lo spazio del verbo essere

In Spazio del verbo essere, i protagonisti agiscono entro il limite fisico di una porta chiusa.

La porta diventa confine tra interno ed esterno, visibile e invisibile, spazio personale e dimensione pubblica.

Il linguaggio viene trasformato in una struttura concreta: il verbo “essere”, fondamento grammaticale dell’esistenza, diventa uno spazio fisico da abitare e attraversare.

In questi lavori la fotografia non registra un avvenimento spontaneo, ma documenta situazioni attentamente costruite dall’artista.

Il ciclo delle Mimesi

Tra il 1974 e il 1975 nasce il ciclo delle Mimesi, uno dei nuclei più significativi della produzione di Michele Zaza.

Il corpo umano viene messo in relazione con materiali naturali e artificiali, mentre i genitori dell’artista sorreggono forme morbide e organiche collocate tra il pane e la pietra, simboli rispettivamente della cultura e della natura.

In alcune immagini Zaza appare sospeso a testa in giù, descrivendo attraverso il proprio corpo un movimento circolare di 360 gradi.

Il corpo diventa così uno strumento di misurazione e conoscenza dello spazio. Il capovolgimento non rappresenta una perdita di orientamento, ma una diversa possibilità di osservare e comprendere la realtà.

Le prime esposizioni internazionali

Nel 1975 espone all’Annemarie Verna Galerie di Zurigo e partecipa alla Biennale di Parigi.

Negli anni successivi presenta il proprio lavoro in alcune delle gallerie più importanti del panorama europeo.

Nel 1976 espone alla Galleria Ugo Ferranti di Roma, alla Galleria Lucio Amelio di Napoli e alla Galerie Yvon Lambert di Parigi.

Queste collaborazioni inseriscono il suo lavoro nel dibattito internazionale sull’arte concettuale, sulla fotografia e sulla relazione tra immagine e performance.

Anamnesi e L’universo estraneo

Alla Galleria Ugo Ferranti presenta il ciclo Anamnesi, composto da piccole fotografie collocate negli angoli dello spazio espositivo.

Le figure sembrano muoversi all’interno di una dimensione onirica, nutrendosi di molliche di pane.

Alla Galleria Lucio Amelio presenta invece L’universo estraneo, titolo che esprime la tensione costante tra ciò che è familiare e ciò che appare incomprensibile.

Il quotidiano viene trasformato in un territorio sconosciuto, nel quale gesti semplici e oggetti comuni acquisiscono una dimensione rituale.

Racconto celeste

Nel 1978 realizza Racconto celeste, uno dei cicli più poetici della sua produzione.

La parete blu diventa un cielo, mentre le molliche di pane si trasformano in stelle che circondano i volti del padre e della madre.

Lo spazio domestico assume così una dimensione cosmica.

Invece di contrapporre il quotidiano al trascendente, Zaza rivela la presenza del cosmico all’interno degli elementi più ordinari dell’esistenza.

Le molliche rimaste sul tavolo dopo il pasto diventano frammenti di un firmamento privato.

Documenta e il riconoscimento internazionale

Nel 1977 partecipa a Documenta 6 a Kassel, nell’ambito della sezione dedicata al rapporto tra fotografia e arte.

Nello stesso anno prende parte alla Biennale di San Paolo e presenta il proprio lavoro a New York insieme a Giulio Paolini.

La presenza in queste manifestazioni conferma la rilevanza internazionale della sua ricerca e il suo ruolo nel processo di riconoscimento della fotografia come linguaggio autonomo dell’arte contemporanea.

La Biennale di Venezia e la Leo Castelli Gallery

Il 1980 rappresenta uno dei momenti decisivi della carriera di Zaza.

Alla Biennale di Venezia gli viene dedicata una sala personale, mentre a New York espone alla Leo Castelli Gallery con il ciclo Neo-terrestre.

In queste opere il riferimento alla terra, alla crescita e alla trasformazione si combina con forme di ovatta, sculture colorate e volti rappresentati frontalmente o in rotazione.

Il corpo viene ancora una volta trasformato in uno spazio di passaggio tra la dimensione naturale, quella culturale e quella cosmica.

Parigi, Berlino e la seconda Documenta

Nel 1981 presenta una personale al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris e torna a esporre alla Galerie Yvon Lambert.

Nel 1982 partecipa a Documenta 7, confermando la continuità del riconoscimento internazionale ottenuto dalla sua ricerca.

Negli anni successivi le sue opere vengono presentate in importanti musei e istituzioni europee, tra cui la Nationalgalerie di Berlino, il Centre Pompidou di Parigi e numerosi spazi espositivi in Germania, Francia e Svizzera.

I materiali dell’universo quotidiano

Uno degli elementi più riconoscibili del lavoro di Michele Zaza è l’impiego di materiali semplici e domestici.

Molliche di pane, ovatta, cuscini, cartone e forme organiche vengono inseriti all’interno di scenari costruiti appositamente per la fotografia.

Ogni materiale possiede una precisa funzione simbolica.

Il pane richiama la vita, il nutrimento e la cultura. La pietra rappresenta la natura e la permanenza. L’ovatta suggerisce protezione, vulnerabilità e cura.

Attraverso questi elementi l’artista costruisce immagini sospese tra realtà, sogno e mito.

Il volto come superficie cosmica

Nelle fotografie di Zaza il volto diventa spesso una superficie pittorica.

L’artista e i suoi familiari appaiono con il viso dipinto di blu, marrone o bianco, colori che rimandano al cielo, alla terra e alla luce.

Il ritratto perde così la propria funzione tradizionale e si trasforma in un’immagine archetipica.

Il volto non rappresenta soltanto un individuo, ma diventa simbolo della relazione tra essere umano, natura e universo.

Dal corpo allo spazio cosmico

Durante gli anni Ottanta e Novanta la ricerca di Zaza assume una dimensione sempre più spirituale e cosmica.

Cicli come Centro del viaggiatore, Cercatemi altrove, Paesaggio segreto e Corpo magico stabiliscono un legame diretto tra l’intimità dell’individuo e la vastità dell’universo.

Il corpo viene avvolto da luci, forme di cartone, ovatta e presenze scultoree che ne modificano l’identità visibile.

La fotografia diventa il punto di accesso a una realtà interiore, poetica e mitica.

Il mito e il ritorno alle origini

La ricerca di Michele Zaza non è orientata verso una visione tecnologica del futuro.

Il suo lavoro tenta piuttosto di ristabilire un legame con l’origine, con il mito e con le strutture profonde dell’esperienza umana.

Titoli come Iperione, Il sogno degli dèi, L’icona segreta, Il cielo degli uomini e Universo segreto esprimono questa tensione verso una dimensione che supera il visibile.

La fotografia non testimonia semplicemente la realtà, ma la ricrea, aprendola a significati nascosti.

La retrospettiva del 2016

Nel 2016 la mostra Michele Zaza. Opere/Works 1970–2016, organizzata dalla Galleria Giorgio Persano in collaborazione con FM Centro per l’Arte Contemporanea di Milano, ripercorre quasi cinquant’anni di attività.

La retrospettiva riunisce cicli fotografici, installazioni, tele, sculture e progetti, mostrando la continuità di una ricerca sviluppata attraverso linguaggi differenti.

L’esposizione contribuisce a riaffermare il ruolo di Zaza come uno dei protagonisti della fotografia e dell’arte concettuale italiana.

Le collezioni internazionali

Le opere di Michele Zaza sono conservate in importanti collezioni pubbliche e private internazionali.

Tra le istituzioni che hanno acquisito o presentato il suo lavoro figurano il Centre Pompidou di Parigi, l’Hamburger Bahnhof di Berlino, il Walker Art Center di Minneapolis, la Staatsgalerie di Stoccarda, il Kunsthaus di Zurigo e la Fondation Emanuel Hoffmann di Basilea.

La sua ricerca continua a essere riconosciuta per la capacità di unire fotografia, performance, materia e riflessione filosofica.

L’arte come conseguenza della condizione umana

L’intera produzione di Michele Zaza nasce dalla convinzione che l’arte non rappresenti una fuga dalla realtà, ma una conseguenza della condizione umana.

Il quotidiano e il cosmico, il familiare e l’universale, il corpo e il mito convivono all’interno delle stesse immagini.

La madre che si addormenta accanto a una pistola e a un cumulo di ovatta, il volto del padre trasformato in cielo, le molliche di pane che diventano stelle e il corpo sospeso nello spazio sono frammenti di un unico universo poetico.

Attraverso la fotografia, Zaza apre un varco verso una dimensione interiore in cui ciò che appare ordinario rivela improvvisamente il proprio mistero.



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