AUTORITRATTO N. 105
1994
Olio su tela
cm 50 × 80
Mattia Moreni nasce a Pavia nel 1920 e attraversa il secondo Novecento italiano con una ricerca inquieta, radicale e mai riconducibile a un solo linguaggio. Dall’Espressionismo all’Informale, dal Gruppo degli Otto alle grandi serie delle Angurie, la sua pittura affronta la natura, il corpo e la società come territori attraversati da energia, trasformazione e conflitto.
Lontano dalle mode e dalle logiche del mercato, Moreni sviluppa una figurazione sempre più aspra e visionaria, capace di anticipare i temi della mutazione tecnologica, della crisi dell’umanesimo e della progressiva perdita d’identità dell’uomo contemporaneo.
La formazione e la Resistenza
Mattia Moreni nasce a Pavia il 12 novembre 1920. Nel 1939, ricercato dalla polizia fascista per la propria attività politica, trova rifugio a Cotignola, in Romagna. Durante la guerra entra nella Resistenza partigiana e nel 1943 si nasconde nuovamente nei territori vicini a Brisighella.
La Romagna diventa così prima luogo di protezione e, molti anni dopo, spazio definitivo della sua vita e della sua pittura.
Nel 1940 frequenta l’Accademia Albertina di Torino, seguendo i corsi di Cesare Maggi ed Enrico Paulucci. Abbandona però presto l’istituzione, insofferente verso il gusto accademico dominante e attratto dalle esperienze fauve ed espressioniste internazionali.
Gli esordi e la prima mostra
Nei primi lavori affronta figure, paesaggi, animali e nature morte con un linguaggio energico e introspettivo. Nel 1945 compare già uno dei soggetti destinati a diventare centrali nella sua produzione: l’anguria.
Nel 1946 tiene la prima mostra personale alla Galleria La Bussola di Torino. I dipinti e i disegni esposti rivelano una figurazione intensa e visionaria, accolta favorevolmente anche da Italo Calvino e Lalla Romano.
Seguono le personali alla Galleria del Milione di Milano e, dal 1948, le prime partecipazioni alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma.
Il Gruppo degli Otto
Nel 1952 Moreni entra nel Gruppo degli Otto, riunito da Lionello Venturi insieme ad Afro Basaldella, Renato Birolli, Antonio Corpora, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato ed Emilio Vedova.
Il gruppo cerca una posizione intermedia tra figurazione e astrazione, aprendosi alle esperienze internazionali dell’Informale. Moreni sviluppa una pittura in cui la materia e il gesto mantengono sempre un rapporto profondo con la natura.
Nel 1954 ottiene importanti riconoscimenti alla Biennale di Venezia, al Premio del Golfo della Spezia e al Premio Città di Spoleto.
L’Informale e il periodo parigino
Nel 1956 ottiene una sala personale alla Biennale di Venezia, presentata da Michel Tapié. Grazie al sostegno del critico francese si trasferisce a Parigi, dove vive fino al 1966.
Nella capitale francese entra nel circuito internazionale dell’Art Informel ed espone accanto ad artisti come Karel Appel, Georges Mathieu e Jean-Paul Riopelle.
La sua pittura si sviluppa attraverso segni violenti, materia densa e immagini di disgregazione naturale. Sterpaglie, cespugli e rocce diventano campi di energia, luoghi nei quali ogni riferimento figurativo sembra sul punto di dissolversi.
Il ritorno dell’immagine
Dai primi anni Sessanta le forme tornano progressivamente a emergere dalla materia. Compaiono baracche, cartelli stradali, oggetti quotidiani e frammenti del paesaggio rurale.
La figurazione non rappresenta però un ritorno all’ordine. Le immagini sono ambigue, instabili e cariche di tensione, come segnali provenienti da un mondo prossimo alla disgregazione.
Le Angurie
Dal 1964 al 1975 Moreni sviluppa il lungo ciclo delle Angurie, uno dei nuclei più conosciuti della sua opera.
Il frutto diventa una presenza antropomorfa, carnale e inquietante. Il rosso della polpa, la durezza della scorza, la dolcezza e il deterioramento trasformano l’anguria in un’immagine sospesa tra eros e morte.
Non si tratta di una pittura semplicemente pessimistica. La violenza, la decadenza e il marciume convivono con una fortissima energia vitale, dando origine a immagini dipinte con intensità e, insieme, con sorprendente dolcezza.
Il ritiro in Romagna
Nel 1966 lascia Parigi e si stabilisce con Poupy Pratt nella campagna di Brisighella, nella casa delle Calbane Vecchie.
La scelta dell’isolamento nasce da esigenze personali, ma rappresenta anche una presa di posizione contro la crescente mercificazione dell’arte e il successo internazionale della Pop Art.
Lontano dai centri del mercato, Moreni rende la propria ricerca ancora più radicale, accentuandone il carattere provocatorio e visionario.
Marilù e il Regressivo Consapevole
Dopo il ciclo delle Angurie nascono le Marilù, figure femminili ridotte a immagini essenziali e spesso deformate.
Negli anni Ottanta sviluppa il ciclo del Regressivo Consapevole, accompagnato dal testo Il principio della fine dell’umanesimo. Pittura e parola scritta convivono sulla superficie in composizioni rapide, aggressive e quasi graffitiste.
La scrittura non spiega l’immagine, ma ne amplifica il carattere beffardo, delirante e apocalittico.
Tecnologia e mutazione dell’uomo
Negli ultimi decenni Moreni affronta la trasformazione tecnologica e genetica dell’essere umano.
Corpi, sessi, computer, protesi e umanoidi compaiono in opere che denunciano la perdita di identità e la nascita di una nuova condizione artificiale. L’uomo contemporaneo appare progressivamente sostituito da una creatura ibrida, manipolata dall’elettronica e incapace di riconoscere la propria origine.
La pittura diventa così una profezia visiva sulla crisi dell’umanesimo e sulla mutazione della specie.
Gli ultimi anni
Mattia Moreni muore il 29 maggio 1999 a Brisighella, nella stessa terra che lo aveva accolto durante la Resistenza e che aveva scelto come luogo definitivo della propria vita.
La sua opera attraversa Espressionismo, Informale e nuova figurazione senza mai aderire completamente a una corrente. Moreni rimane una figura indipendente e scomoda, capace di reinventare continuamente il proprio linguaggio e di usare la pittura come strumento per affrontare la violenza, la trasformazione e le contraddizioni del proprio tempo.
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