SENZA TITOLO
2009
Ferro e cappotto
cm 100 × 100
Jannis Kounellis nasce nel 1936 al Pireo, il grande porto di Atene. Cresce in una Grecia segnata dalla guerra, dalla resistenza e dalla repressione politica, esperienze che lasceranno nella sua opera un senso profondo di esilio, conflitto e memoria. Nel 1956 lascia la Grecia e si trasferisce a Roma, città che diventerà la sua vera patria artistica.
Pur essendo tra i protagonisti assoluti dell’Arte Povera, Kounellis continuerà sempre a definirsi pittore. La sua pittura, però, non passa più soltanto dalla tela: si manifesta attraverso carbone, ferro, fuoco, lana, iuta, animali vivi, cappotti, pietre e materiali carichi di storia. La sua opera trasforma lo spazio espositivo in un luogo fisico e teatrale, dove la materia diventa memoria, presenza e tragedia contemporanea.
Le origini al Pireo
Jannis Kounellis nasce il 23 marzo 1936 al Pireo, il porto di Atene. Quel luogo di transito, fatto di navi, magazzini, merci e partenze, segna profondamente il suo immaginario. Il porto non è solo uno scenario biografico, ma una condizione mentale: il luogo dove le identità si muovono, si mescolano e non restano mai ferme.
Il padre, Grigoris, è ingegnere navale; la madre, Evaggelia Venou, cresce i figli in un contesto familiare vicino alla cultura politica della sinistra greca. La storia collettiva entra presto nella vita dell’artista.
La guerra civile e l’esilio interiore
Da bambino Kounellis assiste agli anni drammatici della guerra civile greca. Il conflitto tra le forze conservatrici e le formazioni partigiane di sinistra lascia nel giovane artista una ferita profonda.
La Grecia che vive non corrisponde alla Grecia mitica e classica che porta dentro di sé. È una terra repressa, lacerata, incapace di offrirgli uno spazio reale di libertà.
Quando viene respinto dalla Scuola di Belle Arti di Atene, quel rifiuto assume un valore simbolico. La Grecia non sembra avere posto per lui. Nel 1956, a vent’anni, lascia il Paese e si trasferisce a Roma.
Roma e la formazione con Toti Scialoja
Kounellis arriva a Roma il giorno di Capodanno del 1956. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti e studia con Toti Scialoja, pittore vicino all’Informale e all’Espressionismo Astratto.
Da Scialoja apprende il valore del gesto, della materia e della pittura come esperienza fisica. Ma fin dall’inizio il suo rapporto con la pittura si apre oltre la superficie della tela.
Kounellis non smetterà mai di definirsi pittore. In greco, ricordava, la parola zōgraphos indica colui che disegna la vita. Questa idea accompagnerà tutta la sua ricerca: dipingere non significa rappresentare, ma portare la vita dentro l’opera.
Le lettere e i numeri
Nel 1960 tiene la sua prima personale alla Galleria La Tartaruga di Roma. Presenta tele chiare attraversate da lettere, numeri, frecce e segni tipografici.
Questi elementi non compongono frasi leggibili. Sono frammenti di un linguaggio interrotto, segni isolati che cercano un nuovo ordine. L’artista lavora sull’alfabeto come materia visiva, come se dovesse ricostruire da capo la possibilità stessa della comunicazione.
1967: fuoco, carbone e animali vivi
Il 1967 è l’anno decisivo.
Kounellis introduce nella propria opera materiali reali, fisici, carichi di odore, peso e presenza. Alla Galleria L’Attico espone la celebre Margherita di Fuoco, struttura metallica da cui escono fiamme vive.
Nello stesso anno partecipa alla mostra fondativa dell’Arte Povera curata da Germano Celant alla Galleria La Bertesca di Genova, presentando una struttura in ferro riempita di carbone grezzo.
Il carbone, il ferro, il fuoco, il cotone, i cactus e gli animali vivi entrano nello spazio dell’arte non come simboli, ma come presenze concrete. L’opera non è più immagine: è esperienza sensoriale.
I dodici cavalli all’Attico
Nel gennaio 1969 realizza una delle opere più celebri del Novecento italiano: Dodici cavalli vivi alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini, allora trasferita in un garage sotterraneo di Roma.
Per tre giorni dodici cavalli vengono legati lungo le pareti della galleria. Il pubblico entra in uno spazio trasformato in stalla: sente l’odore degli animali, il rumore degli zoccoli, il respiro, il calore.
Kounellis non rappresenta il cavallo, lo porta fisicamente nello spazio dell’arte. La tradizione millenaria dell’immagine equestre viene riportata alla sua origine viva, carnale e irriducibile.
Il teatro e lo spazio scenico
Alla fine degli anni Sessanta Kounellis inizia anche a lavorare per il teatro, collaborando con il regista Carlo Quartucci.
Non considera il teatro un’estensione decorativa della propria arte visiva. Quando lavora in scena, afferma di essere un teatrante. Anche qui lo spazio diventa luogo di tensione, presenza e materia.
Gli anni Settanta e la porta chiusa
Negli anni Settanta l’entusiasmo iniziale dell’Arte Povera si confronta con la sua progressiva assimilazione da parte del mercato.
In questo clima Kounellis realizza alcune delle sue immagini più dure e memorabili, tra cui la porta chiusa con le pietre. Un varco viene ostruito da grandi blocchi, trasformando l’apertura in impedimento.
La porta murata parla di esclusione, di storia bloccata, di promessa tradita. È una delle metafore più potenti della sua riflessione sull’arte e sulla politica.
I materiali della memoria
Carbone, ferro, lana, cotone, iuta, cera, caffè, pece, pietre. Nel corso degli anni questi materiali diventano il vocabolario essenziale di Kounellis.
Non sono scelti per il loro valore estetico, ma per la memoria che portano. Sono materiali del lavoro, del commercio, della fatica, dell’industria, della sopravvivenza.
Attraverso di essi l’artista evoca l’esistenza umana nella sua dimensione quotidiana e conflittuale. La materia diventa storia.
Il riconoscimento internazionale
Nel 1972 partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia. Negli anni successivi la sua ricerca ottiene un crescente riconoscimento internazionale.
Nel 1987 lo Stedelijk Museum di Amsterdam gli dedica una grande retrospettiva. Seguono mostre alla Galleria Tretjakov di Mosca, al Museo di Arte Contemporanea di San Paolo, alla Kunsthalle di Amburgo e in molte altre istituzioni.
Tra il 1993 e il 2001 insegna pittura alla Kunstakademie di Düsseldorf, portando nella grande tradizione artistica tedesca la propria visione mediterranea, tragica e politica.
Cappotti, scarpe e assenze
Dagli anni Novanta compaiono sempre più spesso cappotti, cappelli, scarpe e altri indumenti.
Sono oggetti che conservano la traccia del corpo ma ne mostrano l’assenza. Il cappotto vuoto, appeso o disposto a terra, diventa immagine di una presenza scomparsa, memoria di vite attraversate dalla storia.
In queste opere la figura umana non è mostrata direttamente, ma evocata attraverso ciò che resta.
Le grandi retrospettive
Nel 2002 ripropone l’installazione dei dodici cavalli alla Whitechapel Gallery di Londra.
Nel 2004 il MAXXI di Roma gli dedica una grande retrospettiva. Nel 2015 la Fondazione Prada di Venezia presenta un’importante mostra curata da Germano Celant, dedicata alle opere realizzate tra il 1969 e il 1994.
Questi riconoscimenti confermano la centralità di Kounellis nella storia dell’arte contemporanea internazionale.
Un vecchio Ulisse senza Itaca
Pochi mesi prima della morte, Kounellis si definisce “un vecchio Ulisse senza Itaca”.
La formula racchiude tutta la sua biografia: l’esilio dalla Grecia, il lungo approdo romano, il viaggio attraverso materiali, linguaggi e memorie, senza mai trovare una patria definitiva.
Jannis Kounellis muore a Roma il 16 febbraio 2017. Era arrivato in città sessantuno anni prima, trasformandola nella propria casa artistica.
La sua opera resta una delle più intense riflessioni contemporanee sul rapporto tra materia, storia e presenza. Anche quando usa ferro, carbone, cavalli, cappotti o pietre, Kounellis continua a essere pittore: uno zōgraphos, colui che disegna la vita.
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