TROPHY (MODEL 91)
2021
Nitro acrylic enamel on resin aluminum alloy
cm 140 × 8,7 × 8,1
Gianni Piacentino nasce nel 1945 a Coazze, piccolo comune montano della Val Sangone, a meno di trenta chilometri da Torino. È un territorio sospeso tra natura aspra e industria leggera, tra fonderie, segherie e una città che sta facendo della macchina il simbolo della modernità.
Quella posizione di confine diventa quasi la metafora della sua intera carriera: abbastanza vicino all’Arte Povera da esserne considerato uno dei protagonisti originari, abbastanza distante da abbandonarla prima che il movimento acquistasse fama internazionale. Vicino al Minimalismo americano, ma mai del tutto assimilabile; artigiano nella precisione, artista nella visione; capace di muoversi tra officina, pista e museo senza appartenere interamente a nessuno di questi mondi.
1965: filosofia, Piper Club e Galleria d’Arte Moderna
Nel 1965, a vent’anni, Piacentino si iscrive alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Torino. Frequenta il corso fino al 1966 senza completare gli studi, ma quell’esperienza lascia un’impronta duratura nel suo modo di concepire l’arte: non come semplice pratica manuale, bensì come riflessione sugli oggetti, sulle forme e sul loro significato.
Negli stessi anni lavora come guida alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Il contatto quotidiano con le opere, i cataloghi e il dibattito artistico gli offre una formazione diretta che nessuna scuola avrebbe potuto sostituire.
Parallelamente è disc jockey al Piper Club di Torino, uno dei luoghi simbolo della cultura giovanile degli anni Sessanta. Tra la filosofia universitaria e la cultura pop, tra Heidegger e i Rolling Stones, prende forma quella tensione tra pensiero e oggetto che accompagnerà tutta la sua ricerca.
1965-1966: le prime opere e Arte Abitabile
Le prime opere risalgono al 1965: tele monocrome abbinate a telai colorati, caratterizzate da superfici rigorosamente levigate e da una precisione esecutiva insolita per il panorama artistico del tempo.
Mentre molti artisti dell’Arte Povera scelgono materiali grezzi e processi elementari, Piacentino ricerca superfici perfette, prive di imperfezioni, vicine all’estetica della produzione industriale.
Nel 1966 la Galleria Gian Enzo Sperone di Torino gli dedica la prima mostra personale. Nello stesso anno partecipa alla mostra Arte Abitabile, insieme a Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto, condividendo l’idea di un’arte capace di entrare nella vita quotidiana. Sarà però un punto di partenza più che un approdo: Piacentino svilupperà quella riflessione attraverso oggetti ispirati al mondo della velocità, destinati a evocare una funzione senza poterla realmente svolgere.
1967-1968: il colorificio e la perfezione della superficie
Tra il 1967 e il 1968 lavora come consulente presso un colorificio specializzato in vernici industriali. È un passaggio decisivo nella sua formazione: studia le caratteristiche delle vernici metallizzate, perlescenti e cangianti, approfondendo i processi che permettono di ottenere superfici impeccabili.
Quell’esperienza diventa parte integrante del suo linguaggio. La vernice non è un semplice rivestimento, ma uno strumento capace di trasformare la percezione dell’oggetto, conferendogli la qualità visiva dei manufatti industriali di alta precisione.
Dal 1967 introduce progressivamente vernici metallizzate, perlescenti e, poco dopo, finiture cangianti che modificano la propria tonalità al variare della luce e del punto di osservazione.
1967-1968: l’ultima stagione dell’Arte Povera
Tra il 1967 e il 1968 espone nelle principali mostre curate da Germano Celant, partecipando anche ad Arte Povera alla Galleria de’ Foscherari di Bologna e a Prospect ’68 alla Kunsthalle di Düsseldorf.
È però già evidente la distanza rispetto agli altri artisti del gruppo. Se l’Arte Povera valorizza la materia nella sua dimensione più elementare, Piacentino guarda alla cultura industriale, alla precisione meccanica e alla qualità costruttiva degli oggetti.
Come osserva Germano Celant, le sue opere oscillano tra arte e prodotto industriale, mantenendo riconoscibile il riferimento al design e all’ingegneria senza rinunciare alla loro autonomia artistica.
1968: la Indian e la svolta
Nel 1968 acquista una motocicletta Indian degli anni Trenta. È un episodio destinato a segnare definitivamente la sua ricerca.
La motocicletta diventa il modello attraverso cui studiare il rapporto tra forma, funzione e costruzione. Piacentino ne osserva la meccanica, le proporzioni e la qualità progettuale, trasformando il veicolo in un riferimento costante del proprio immaginario.
Da quel momento motociclette, automobili e aeroplani non saranno più semplici soggetti iconografici, ma strutture da reinterpretare. Le sue opere non rappresentano i mezzi di trasporto: ne distillano l’essenza, trasformando la velocità in una forma immobile e la funzione in un oggetto puramente contemplativo.
1969: i Veicoli e le Ali – un nuovo vocabolario
Nel 1969 Piacentino avvia due serie destinate a diventare il fulcro della sua ricerca: i Veicoli e le Ali. Non sono sculture tradizionali, né oggetti di design. Hanno l’aspetto di strumenti costruiti per una funzione precisa, ma quella funzione non esiste.
Tommaso Trini li definisce efficacemente «mobili privi di funzionalità»: oggetti che evocano il movimento pur rimanendo immobili, sospesi tra arte, design e prototipo industriale.
I Veicoli richiamano motociclette e mezzi di trasporto a due o tre ruote senza riprodurne alcun modello reale. Sono prototipi ideali, caratterizzati da superfici perfette, geometrie aerodinamiche e una precisione costruttiva che rimanda al mondo della meccanica, pur rinunciando a qualsiasi funzione pratica.
Le Ali sviluppano la stessa ricerca in chiave aeronautica. Richiamano le superfici portanti degli aerei ma trasformano il volo in una forma immobile, riducendo la velocità a pura idea.
Come scrive Germano Celant, il lavoro di Piacentino si colloca in una continua oscillazione tra arte e design, artigianato e industria, pezzo unico e oggetto seriale: una tensione che rimarrà il tratto distintivo della sua produzione.
1970: il logo GP
Nel 1970 introduce nelle proprie opere il monogramma GP, destinato a diventare un elemento ricorrente della sua produzione. Più che una firma, è il marchio del costruttore: un segno che richiama le iniziali dei carrozzieri e delle case motociclistiche, sottolineando il carattere quasi industriale dei suoi lavori.
1971-1977: le corse motociclistiche
Dal 1971 Piacentino affianca all’attività artistica quella di pilota motociclistico, partecipando a competizioni europee sia come corridore sia come passeggero di sidecar.
L’esperienza della pista diventa parte integrante della sua ricerca. La velocità, la precisione tecnica e il rapporto tra forma e prestazione non rimangono temi iconografici, ma diventano esperienze dirette che influenzano profondamente il suo lavoro. Parallelamente realizza e decora motociclette da competizione, portando il dialogo tra arte e meccanica fino a rendere indistinguibili opera e veicolo.
Nel 2012 tornerà a correre come passeggero di sidecar, confermando un interesse mai venuto meno.
1972: i Wright Brothers
Nel 1972 realizza la prima grande tela dedicata ai fratelli Wright. Più che un omaggio storico, l’opera riflette il suo interesse per le strutture del volo e per la geometria dei primi aeroplani. Non rappresenta un episodio dell’aviazione, ma indaga il rapporto tra costruzione, leggerezza e movimento, temi destinati a rimanere centrali nella sua ricerca.
Gli anni Settanta: il riconoscimento internazionale
Negli anni Settanta la sua attività espositiva si consolida rapidamente anche all’estero. Dopo la prima personale fuori dall’Italia presso l’Onnasch Galerie di Colonia (1970), espone al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, partecipa alla Quadriennale di Roma e viene invitato a Documenta 6 di Kassel nel 1977, uno dei principali appuntamenti dell’arte contemporanea internazionale. L’anno successivo espone alla Nationalgalerie di Berlino.
Nello stesso periodo avvia collaborazioni con gallerie come Annemarie Verna a Zurigo, Paul Maenz a Colonia e Yvon Lambert a Parigi, mantenendo un rapporto costante con la Galleria Gian Enzo Sperone di Torino.
1980-1981: New York e i Trophy
Tra il 1980 e il 1981 vive e lavora a New York. La vicinanza al Minimalismo americano mette ancora più in evidenza la specificità della sua ricerca: se gli artisti della West Coast privilegiano processi industriali e materiali standardizzati, Piacentino continua a costruire ogni opera con una precisione rigorosamente artigianale.
In questi anni nasce la serie dei Trophy, opere realizzate assemblando elementi ispirati al mondo dell’automobile e dell’aeronautica. Come suggerisce il titolo, richiamano il linguaggio della competizione sportiva, trasformando il trofeo in un oggetto sospeso tra macchina e scultura.
Nuovi materiali e nuove tecnologie
Nel 1983 introduce opere che combinano pittura e scultura, ampliando ulteriormente il proprio linguaggio. Negli anni successivi sperimenta materiali ad alte prestazioni come fibra di vetro, kevlar e, dal 2007, la lega di alluminio Anticorodal.
Dal 2003 integra inoltre strumenti di progettazione CAD e lavorazioni a controllo numerico, adottando tecnologie normalmente impiegate nell’industria senza rinunciare al carattere unico e artigianale delle proprie opere.
2015: la retrospettiva alla Fondazione Prada
Nel 2015 la Fondazione Prada di Milano dedica a Piacentino la più ampia retrospettiva mai realizzata sul suo lavoro, curata da Germano Celant. L’esposizione riunisce cinquant’anni di ricerca, dai primi lavori del 1965 fino alle opere più recenti, riconoscendo definitivamente il carattere autonomo della sua produzione.
Come sottolinea Celant, il contributo di Piacentino nasce dalla continua dialettica tra arte e design, industria e artigianato, cultura Pop e Minimalismo: un equilibrio che rende la sua opera una delle esperienze più originali dell’arte italiana contemporanea.
Le collezioni e i musei
Le opere di Gianni Piacentino fanno parte delle collezioni permanenti della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, del Museo Civico di Reggio Emilia, del Power Institute of Fine Arts dell’Università di Sydney, del Museum of Contemporary Art di Chicago, del MoMA PS1 di New York e del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid.
Nel corso della sua carriera ha esposto, tra gli altri, alla Nationalgalerie di Berlino, al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, alla Gesellschaft für Aktuelle Kunst di Brema, al Museum am Ostwall di Dortmund e alla Fondazione Giuliani di Roma. Ha partecipato a Documenta 6 nel 1977 e alla Biennale di Venezia nel 1993. Dal 2014 collabora con la Michael Werner Gallery di New York e Londra.
Gianni Piacentino vive e lavora a Torino, città con cui ha mantenuto un legame costante per tutta la carriera e dalla quale ha sviluppato una ricerca che attraversa oltre cinquant’anni di storia dell’arte contemporanea.
La sua opera continua a occupare una posizione unica nel panorama internazionale: sospesa tra arte e design, precisione artigianale e cultura industriale, unisce il rigore della costruzione all’immaginario della velocità, trasformando motociclette, aeroplani e veicoli in forme essenziali, prive di funzione ma ricche di tensione poetica. È proprio questa capacità di coniugare tecnologia, eleganza formale e ricerca artistica a rendere Gianni Piacentino una delle figure più originali dell’arte italiana del secondo Novecento.
LUN – VEN
9.00 – 13.00
15.00 – 19.00
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