Voci del Contemporaneo
Dialoghi, corpi, memorie e linguaggi nell’arte del nostro tempo
Introduzione: Una costellazione di sguardi
Parlare di arte contemporanea significa misurarsi con un orizzonte plurale e irriducibile a qualsiasi formula univoca. Le biografie e le opere degli artisti riuniti in questo testo ne sono la prova più eloquente: provenienze geografiche diverse, generazioni lontane tra loro, linguaggi espressivi che spaziano dalla pittura alla scultura, dalla performance alla fotografia, dall’installazione al libro d’artista. Eppure, scorrendo le loro storie, emergono fili sottili che li accomunano ā la tensione tra individuo e storia collettiva, il corpo come campo di indagine, la memoria come materia prima, il dubbio come metodo.
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Questo testo non intende costruire una gerarchia nĆ© tracciare una storia lineare. Vuole piuttosto offrire un percorso attraverso alcune delle poetiche più significative del panorama artistico internazionale, riconoscendo in ciascuna voce la sua specificitĆ , ma anche la sua capacitĆ di dialogare con le altre. Dai maestri della avanguardia italiana agli artisti emergenti europei, dai pionieri dell’arte concettuale americana agli artisti-performer cinesi, ogni presenza contribuisce a disegnare una mappa dell’arte che ĆØ, anzitutto, una mappa del mondo.
I. L’Italia come laboratorio: tra avanguardia e ricerca concettuale
La scena italiana del dopoguerra e degli anni Settanta-Ottanta rappresenta uno dei momenti più fecondi della storia dell’arte europea. In questo contesto si formano artisti come Fabio Mauri, Bruno Ceccobelli, Paolo Icaro e Aldo Mondino, ciascuno dei quali ha elaborato un linguaggio personale nutrito dall’incontro tra tradizione e sperimentazione radicale.
Fabio Mauri, nato a Roma nel 1926 e scomparso nel 2009, ĆØ forse l’esempio più emblematico di un’arte che si fa coscienza storica. Le sue opere nascono dall’esperienza diretta della guerra, del fascismo, della shoah vissuta attraverso gli amici ebrei che non tornarono. A partire dal 1956, Mauri opera nelle fila dell’avanguardia italiana costruendo un sistema espressivo che abbraccia pittura, performance, teatro e scrittura come atti di un unico Ā«luogoĀ» espressivo. La sua analisi dell’ideologia come soggetto e oggetto dell’arte ā condensata in opere come Che cosa ĆØ il fascismo (1971) e nei testi raccolti in Linguaggio ĆØ guerra (1975) ā lo colloca tra i pochi artisti italiani capaci di trasformare la ricerca estetica in strumento critico di comprensione del proprio tempo. Per Mauri, fare arte significa sempre anche emettere un giudizio sul presente.
Bruno Ceccobelli, figlio di contadini nato vicino a Todi nel 1952, porta invece nella propria opera il fascino per l’altrove ā inteso tanto come spazio fisico quanto come dimensione spirituale. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Roma e un percorso formativo che abbraccia le filosofie orientali Zen e Taoismo, Ceccobelli approda a un simbolismo pittorico che trasforma la materia in epifania del sacro. La sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 1984 (sezione Ā«ApertoĀ») e del 1986 (sezione Ā«Arte e AlchimiaĀ») sancisce il suo ruolo nella avanguardia italiana, ma ĆØ la coerenza di una ricerca trentennale, che lo porta a esporre nei più importanti musei europei e americani, a definire la vera misura del suo contributo. Ceccobelli trasforma il Ā«ready-madeĀ» e i mezzi tradizionali dell’arte in veicoli di un simbolismo spirituale che sfida il nichilismo del proprio tempo.
Paolo Icaro, torinese del 1936, compie invece il percorso opposto: dalla scultura verso lo spazio, dalla forma verso il corpo, dalla materia verso il tempo. Dopo gli studi di musica e lettere, Icaro approda alla scultura nello studio di Umberto Mastroianni, per poi trasferirsi a New York nel 1966, dove nascono le sue celebrate Ā«Forme di spazioĀ» ā strutture in profilati metallici che trasformano la scultura da occupazione dello spazio in luogo generatore di spazio. La sua partecipazione alle mostre fondative dell’Arte Povera e della process art internazionale ā da Arte Povera Im-spazio (Genova, 1967) a When Attitudes Become Form (Berna, 1969) curata da Harald Szeemann ā lo consacra tra i protagonisti dell’avanguardia internazionale. La poetica di Icaro ĆØ racchiusa nel titolo paradigmatico di una sua mostra del 1968: Faredisfarerifarevedere, un motto che sintetizza un’idea dell’arte come esplorazione continua dello spazio da esperire col corpo, da misurare fisicamente e mentalmente.
Aldo Mondino, torinese del 1938 morto nel 2005, rappresenta invece il versante più eclettico e irriverente dell’arte italiana del secondo Novecento. Formatosi a Parigi nell’ambiente surrealista di William Hayter e frequentatore di artisti come Sebastian Matta e Wilfredo Lam, Mondino torna in Italia portando nel proprio lavoro una magica ibridazione di registri: il consumismo e il classicismo, il kitsch e il misticismo orientale, la corrida e i dervisci danzanti. Le sue opere ā presenti oggi nelle collezioni del MoMA di New York, del MOCA di Los Angeles e del MACBA di Barcellona ā testimoniano la capacitĆ di un artista di fare dialogare, con garbo e acuta visione storica, arte e artigianato, vita quotidiana, natura e religione.
II. Il corpo come campo di battaglia e di poesia
Se c’ĆØ un tema che percorre trasversalmente le opere degli artisti riuniti in questo testo, ĆØ la centralitĆ del corpo ā come luogo di identitĆ e di conflitto, di desiderio e di vulnerabilitĆ , di memoria e di trasformazione. Kiki Smith, Betty Bee, Alina Grabovsky e Dannielle Hodson affrontano questa tematica con strumenti e sensibilitĆ diverse, ma con uguale intensitĆ .
Kiki Smith, nata a Norimberga nel 1954 e cresciuta tra Germania e Stati Uniti, ĆØ tra le voci più potenti dell’arte americana contemporanea. La sua ricerca sul corpo umano nasce da un doppio lutto ā la morte del padre Tony Smith nel 1980 e quella della sorella per AIDS nel 1988 ā e si sviluppa in un’ambiziosa esplorazione della mortalitĆ e della fisicitĆ . Organi scolpiti, fluidi corporei, figure femminili mutilate o in trasformazione: le opere di Smith attraversano la storia dell’arte, la liturgia cattolica, la biologia, la mitologia, costruendo un universo visivo nel quale il corpo diventa testo aperto alla lettura di temi come il genere, l’etnia, la spiritualitĆ . Le oltre 30 collezioni museali che conservano le sue opere ā dal MoMA al Tate, dal Metropolitan al Whitney ā testimoniano l’ampiezza del suo impatto culturale.
Betty Bee, Ā«eterna bad girlĀ» della scena artistica italiana e viennese, sceglie il proprio corpo come strumento primario di narrazione. Attiva dai primi anni Ottanta a Vienna come performer, poi protagonista della scena napoletana e italiana, Betty Bee fonde arte e vita in una pratica irriducibile a qualsiasi etichetta. Pittura figurativa e fosforescente, fotografia, video, performance e installazione si intrecciano in un’opera che esplora il tragicomico, il desiderio, la sessualitĆ , il voyeurismo, il sacro e il blasfemo con una libertĆ che sconcerta e affascina. La sua presenza alla 54° Biennale di Venezia nel Padiglione Italia nel 2011 e le collaborazioni con critici come Achille Bonito Oliva ne sanciscono il riconoscimento critico, ma la vera forza di Betty Bee sta nella sua capacitĆ di trasformare ogni esperienza personale ā comprese le ferite più intime ā in evento artistico condivisibile.
Alina Grabovsky, nata nel 1987 a Kiev e cresciuta come rifugiata in Germania, porta nella propria pittura le tensioni di una biografia segnata dalla pluralitĆ e dal dislocamento. Diplomata come Ā«MeisterschülerinĀ» alla Staatliche Akademie di Karlsruhe, Grabovsky elabora un linguaggio pittorico in cui grandi tele figurative e astratte insieme ospitano corpi incompleti, spazi senza prospettiva logica, atmosfere sospese tra il reale e l’onirico. Il suo lavoro ā che ha giĆ conquistato acquisizioni pubbliche, residenze internazionali e mostre in tutta Europa e a New York ā si configura come un’interrogazione continua sulla fluiditĆ dell’identitĆ : ucraina, ebraica, tedesca, austriaca, migrante. In questa pittura, il corpo non ĆØ mai un dato stabile ma un soggetto in perenne transizione.
Dannielle Hodson, formatasi al Royal College of Art e alla Central Saint Martins di Londra, porta nell’arte contemporanea una visione radicalmente perturbante. I suoi dipinti operano in un’arena di eccessi, influenzata dalla ricerca sul mostruoso nelle scienze sociali, nella psicologia, nelle fiabe e nell’horror. Le figure emergono e si disintegrano simultaneamente, coerenza e collasso occupano lo stesso spazio pittorico in una logica simile alla sovrapposizione quantistica. L’opera di Hodson ā riconosciuta con il Derbyshire Award nel 2022 e presente in gallerie come la Kravets Wehby di New York e la JD Malat Gallery di Londra ā resiste alla chiusura del significato, favorendo un Ā«diventareĀ» perpetuo che coinvolge lo spettatore in un momento di instabilitĆ visiva e concettuale.
III. Arte concettuale e linguaggio: il pensiero reso visibile
Tra i contributi più duraturi all’arte del Novecento figura la rivoluzione concettuale, che ha spostato il baricentro dell’opera dall’oggetto all’idea, dal visibile al pensiero. Mel Bochner e Hans-Peter Feldmann ne sono stati protagonisti assoluti, ciascuno a proprio modo.
Mel Bochner, nato a Pittsburgh nel 1940 e scomparso nel febbraio 2025, ĆØ considerato uno dei fondatori dell’Arte Concettuale. La sua mostra del 1966 alla School of Visual Arts di New York ā Disegni di lavoro e altre cose visibili sulla carta non necessariamente destinate a essere viste come arte ā ĆØ citata come una delle prime mostre di arte concettuale al mondo. Bochner ha rimodellato il canone dell’arte contemporanea sviluppando strategie espositive oggi date per scontate: l’uso delle pareti della galleria come soggetto dell’opera, la documentazione fotografica di opere effimere, la relazione tra linguaggio e percezione. Ma la grandezza di Bochner sta anche nella sua capacitĆ di non cristallizzarsi in un unico registro: dai lavori concettuali degli anni Sessanta ai grandi dipinti colorati con testi ā come la celebre serie Blah! Blah! Blah! ā il suo percorso dimostra che il sensuale e il concettuale non si escludono ma si nutrono a vicenda.
Hans-Peter Feldmann, tedesco del 1941 e scomparso nel 2023, ha percorso invece una via più silenziosa e ironica. Il suo metodo ā raccogliere, ordinare, ripresentare ā trasforma immagini banali della vita quotidiana in interrogazioni profonde sull’abitudine visiva, sulla memoria collettiva e sulla cultura di massa. I piccoli libri fatti a mano degli anni Sessanta e Settanta, le installazioni con fotografie di scarpe o di pagine di giornale del 12 settembre 2001, le opere che mescolano alta cultura e desiderio in modo Ā«dispettosoĀ»: tutto in Feldmann parla di una pratica artistica che rifiuta l’eccezionalitĆ per abbracciare il quotidiano come luogo privilegiato di senso.
IV. La pittura come gesto e ricerca: tra Europa e America
La pittura ā nonostante le sue periodiche Ā«mortiĀ» proclamate dalla critica ā continua a essere il luogo in cui molti artisti trovano la propria lingua più autentica. David Bowes, Jerry Zeniuk, Giancarlino Benedetti Corcos e James Brown rappresentano altrettante variazioni di questa fedeltĆ alla pittura, ciascuno con una postura diversa rispetto alla tradizione.
David Dirrane Bowes, americano del 1957 con base a Torino, ĆØ stato riconosciuto per la prima volta negli anni Ottanta nell’East Village newyorkese. I suoi dipinti ā vivaci, con pennellate libere e riferimenti all’allegoria, alla mitologia e alla storia dell’arte ā incarnano quella Ā«delicatezza del tocco e genuina fascinazione per il mezzo della pitturaĀ» che la critica gli ha riconosciuto. La sua presenza alla 48ĀŖ Biennale di Venezia del 1999 e nelle collezioni di istituzioni come il Walker Art Center e il LACMA conferma la sua posizione di pittore capace di tenere insieme tradizione e modernitĆ con grazia e intelligenza.
Jerry Zeniuk, nato nel 1945 in Germania da un rifugiato ucraino, porta nella pittura una sensibilitĆ formata tra il Colorado, New York e Monaco di Baviera. La sua pittura monocroma degli anni Settanta ā presentata nella memorabile collettiva Fundamental Painting allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1975 ā si ĆØ evoluta nel tempo verso composizioni in cui cerchi, punti e forme colorate galleggiano su tele imbiancate o grezze, generando uno spazio pittorico in cui la luce ĆØ trattenuta e i colori non sono semplici portatori di emozioni ma riflesso delle relazioni sociali e umane. Le retrospettive al Museo Lenbachhaus di Monaco (1999) e alla Kunsthalle di Karlsruhe (2004) testimoniano il riconoscimento istituzionale di un pittore che ha saputo fare della bellezza il proprio fine ultimo.
Giancarlino Benedetti Corcos, romano di formazione architettonica e pittorica, abita invece lo spazio della avanguardia con una pennellata abrasiva e uno stile che Achille Bonito Oliva ha descritto come Ā«intrecciato sospeso tra figurazione e astrazione, tra geometria e ornamentoĀ». Le sue tele ā dipinte su ceramica, legno, carta o tela, spesso per strada con un Ā«lenzuoloĀ» appeso al muro ā danno vita a un flusso d’immagini ricco di erotismo ed energia vitale, in cui l’espressionismo non ĆØ nordico ma Ā«più vicino alla Scuola Romana, in particolare a quella di ScipioneĀ». La partecipazione alla Biennale di Venezia del 2012 a cura di Vittorio Sgarbi consacra un artista che ha fatto del rapporto diretto con lo spazio urbano e con il passante un elemento fondante della propria poetica.
James Brown, americano nato a Los Angeles nel 1951 e scomparso a CittĆ del Messico nel 2020, ha costruito una carriera che ĆØ essa stessa un viaggio. Dopo la formazione classica gesuitica e gli studi all’Ćcole des Beaux-Arts di Parigi, Brown ha scelto la Valle di Oaxaca come luogo dell’anima, collaborando con artisti locali per la produzione di tappeti tradizionali e libri d’artista stampati con metodi antiquati. La sua pittura ā semi-figurativa, vicina all’arte rupestre ma intrisa di motivi tribali e spirituali ā mantiene un equilibrio tra tradizione e modernitĆ che ĆØ il risultato di decenni di dialogo tra culture diverse. Il confine tra rappresentazione e astrazione ĆØ sempre difficile da definire nel suo lavoro: una tensione produttiva che riflette l’irrequietezza creativa di tutta una vita.
V. IdentitĆ , memoria e migrazione: l’arte come casa
Alcune delle voci più significative dell’arte contemporanea sono quelle di artisti che hanno fatto dell’esperienza della migrazione, del dislocamento e dell’appartenenza plurima la propria materia prima. Valeria Sanguini, Xiao Lu e Rachele Palladino esplorano ciascuna, con strumenti diversi, il rapporto tra identitĆ personale e contesto collettivo.
Valeria Sanguini, nata ad Addis Abeba nel 1973 e da anni divisa tra Roma e Berlino, ĆØ un’artista la cui pratica rispecchia una biografia di attraversamenti. Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Roma e alla Burg Giebichenstein di Halle, Sanguini ha partecipato a un corso con Marina AbramoviÄ alla Fondazione Ratti di Como nel 2001, esperienza che ha consolidato la sua vocazione per un’arte che abita gli spazi ā le tende, i laboratori, i margini urbani ā come luoghi di incontro e trasformazione. Il progetto Ā«La TendaĀ», esposto al MAAM di Roma e poi al MACRO Mattatoio nel 2024, incarna la sua visione di un’arte che costruisce comunitĆ , che trasforma spazi abbandonati in luoghi di memoria e di futuro. In un’epoca di muri e di confini, la pratica di Sanguini sceglie la porositĆ .
Xiao Lu, nata nel 1962 a Hangzhou, ĆØ soprattutto conosciuta per le sue performance, che l’hanno consacrata come una delle artiste più radicali della scena cinese contemporanea. La sua partecipazione alla mostra China/Avant-Garde del 1989, al National Art Museum di Pechino, rimane un episodio leggendario: con un gesto che non esitò ad attraversare il confine tra arte e azione reale, Xiao Lu aprƬ un varco nella storia dell’arte cinese. Dopo anni trascorsi in Australia, tra Pechino e Hangzhou, e poi nuovamente a Sydney, la sua opera ĆØ oggi presente nelle collezioni del MoMA, del Tate Modern e di numerose istituzioni internazionali. La sua vicenda ā di artista, di donna, di migrante ā ĆØ la storia di un dialogo impossibile che lei ha scelto di rendere possibile attraverso l’arte.
Rachele Palladino, romana del 1971 con un percorso che intreccia grafica, pittura, tessile e arte sociale, porta nel proprio lavoro la convinzione che lo scambio e il dono siano i valori fondativi di una pratica artistica autentica. Lavorando con carte, china, stoffe, legno e vetro, Palladino crea Ā«seriali funzionaliĀ» tapestry, salvadanai, manufatti ā in cui l’arte smette di essere oggetto isolato per diventare gesto di relazione, per descrivere la sua capacitĆ di trovare la parola positiva e il sorriso anche nelle paturnie della vita, trasformando la leggerezza in strumento di indagine artistica. Una leggerezza, però, tutt’altro che superficiale.
VI. Ironia, provocazione e mercato: Cattelan e la sfida alla norma
Nessun panorama dell’arte contemporanea sarebbe completo senza fare i conti con Maurizio Cattelan ā padovano del 1960, considerato uno degli artisti italiani più importanti e controversi della sua generazione. Formatosi tra lavori saltuari di ogni tipo e la scoperta autodidatta della scultura, Cattelan ha costruito una carriera fondata sulla provocazione sistematica, sulla sovversione delle aspettative, sull’uso dell’ironia come arma critica.
Le sue opere ā che combinano scultura, performance, happening, azioni provocatorie e testi-commento ā non hanno mai smesso di interrogare i meccanismi del mercato dell’arte, i simboli del potere, le contraddizioni della storia. Stadium (1991), il lunghissimo tavolo da calcio balilla con undici operai senegalesi contro undici riserve del Cesena, ĆØ giĆ un manifesto: l’arte come zona di incontro-scontro tra corpi, culture, sistemi. Il resto della sua carriera ĆØ una variazione sul tema: ogni opera ĆØ un cortocircuito, ogni mostra un agguato alla comoditĆ dello spettatore. La rivista Toilet Paper, il ritiro temporaneo dalla scena, il ritorno con la promessa di opere ancora più provocatorie per gli spazi pubblici: tutto in Cattelan testimonia l’intelligenza di un artista che ha capito come il vero contatto con il pubblico ā e il vero dibattito ā si ottiene non nelle gallerie ma nell’arena della vita.
VII. Arte, sport e materia: nuove energie del fare pittura
L’arte contemporanea non smette di cercare nuovi punti di contatto tra la creazione estetica e le energie vitali del corpo, dello sport, dell’azione fisica. Artisti come Vik Muniz, Marco Adamo e Adam Cruces esplorano questa frontiera con sensibilitĆ e metodi differenti.
Vik Muniz, brasiliano di San Paolo nato nel 1961, ĆØ uno degli artisti più originali della scena internazionale. La sua pratica ĆØ un paradosso visivo: ricrea immagini iconiche della storia dell’arte o della cultura popolare con materiali effimeri e non convenzionali ā zucchero, diamanti, cioccolato, polvere, spazzatura ā per poi fissarle attraverso la fotografia, unica traccia fisica dell’opera. Ma il lavoro di Muniz non ĆØ semplice virtuosismo tecnico: ĆØ una profonda indagine sociologica sull’immagine e sul suo valore. Il documentario Waste Land (2010), che racconta la collaborazione con i catadores della discarica di Jardim Gramacho a Rio de Janeiro, ha mostrato al mondo la potenza trasformativa di un’arte che usa i materiali del quotidiano degli ultimi per restituire loro dignitĆ e visibilitĆ .
Marco Adamo, pugliese del 1990, ha trovato la propria voce artistica nell’incontro tra la passione calcistica e la scoperta dell’arte. La sua tecnica ā un pallone da calcio immerso in colori vivaci e calciato ripetutamente su tele giganti ā rievoca l’Action Painting di Jackson Pollock ma con un’originalitĆ radicata nell’energia e nella vitalitĆ dello sport. Come Pollock trasformava il gesto pittorico in atto performativo, Adamo trasforma il campo da calcio in un atelier, il pallone in pennello, il calcio in gesto artistico. Le sue opere ā tra cui il tributo agli eroi del Grande Torino con trentuno pallonate bianche su tela color granata, installata allo Stadio Filadelfia ā hanno ottenuto il riconoscimento di importanti galleristi come Stefano Contini e Massimo Lupoli.
Adam Cruces, texano del 1985 con base a Zurigo, porta invece nella propria pratica una sensibilitĆ concettuale rigorosa. Le sue installazioni site-specific indagano l’equilibrio tra obbligo e ricreazione in associazione con gli stili di vita contemporanei, affrontati come fattori contestuali in cui il lavoro viene vissuto fisicamente e come fattori concettuali in relazione all’utilizzo spazio-temporale. Il suo progetto più recente ā dipinti-scultura che sovrappongono pitture realistiche agli oggetti rappresentati stessi, come una lattina di Coca-Cola dipinta sopra una lattina di Coca-Cola ā sonda il confine tra rappresentazione e realtĆ con una sottigliezza che richiama la storia della natura morta, ma la proietta in un presente di oggetti banali e di consumo quotidiano.
VIII. Arte pubblica e spazio urbano: la cittĆ come museo
C’ĆØ infine un filo che collega alcune delle pratiche artistiche più radicali presenti in questo testo: il rifiuto dello spazio espositivo convenzionale e la scelta della cittĆ , della strada, del marciapiede come luogo privilegiato dell’opera. Fausto Delle Chiaie incarna questa scelta con una coerenza assoluta.
Fausto Delle Chiaie, romano nato nel 1944, ha fatto del marciapiede tra il Mausoleo di Augusto e l’Ara Pacis il suo studio permanente da oltre trent’anni. Le sue microinstallazioni multi-figurative, disseminate nella capitale, vengono definite Ā«infra-azioniĀ» nel Manifesto Infrazionista che Delle Chiaie stilò nel 1986: un’azione-collocazione-donazione di opere mostrate a terra, nei luoghi dell’arte, seguita dall’allontanamento dell’artista dall’opera stessa. In questo gesto ā che trasforma il pubblico in custode involontario dell’opera ā si condensa una visione dell’arte come gesto politico e sociale, come Ā«grido d’allarme artistico del malessere storicoĀ». I documentari dedicati alla sua figura ā da Robaccia rubbish (2010) a Ho fatto una barca di soldi (2013) ā hanno portato questa pratica all’attenzione internazionale, inclusa la Biennale di Venezia del 2011.
Conclusione: L’arte come domanda aperta
Percorrendo le biografie e le poetiche di questi ventidue artisti, emerge con chiarezza un tratto comune: la convinzione che l’arte sia, fondamentalmente, un atto di domanda. Non risposta, non decorazione, non mera provocazione ā ma interrogazione aperta sul senso del vivere, del ricordare, del fare comunitĆ , dell’abitare un corpo e uno spazio.
Questa costellazione di sguardi attraversa oltre un secolo di storia dell’arte ā dai pionieri del concettualismo degli anni Sessanta agli artisti emersi negli anni Duemila ā e abbraccia geografie che vanno dall’Italia alla Germania, dagli Stati Uniti all’Australia, dalla Cina all’Ucraina. Eppure, non ĆØ la somma di tante biografie individuali: ĆØ piuttosto una conversazione collettiva, in cui le voci si rispondono e si interrogano a vicenda, costruendo un tessuto di senso più ricco di qualsiasi opera singola.
Fabio Mauri ci ha insegnato che l’arte ĆØ sempre anche un giudizio sul proprio tempo. Kiki Smith ci ha mostrato che il corpo ĆØ un testo inesauribile. Maurizio Cattelan ci ha ricordato che la provocazione può essere la forma più alta di onestĆ intellettuale. Mel Bochner ha dimostrato che il pensiero può diventare visibile senza perdere la propria complessitĆ . Vik Muniz ha provato che la bellezza può abitare anche nella spazzatura. Fausto Delle Chiaie ha scelto il marciapiede come museo senza muri.
E poi ci sono le voci più giovani ā Alina Grabovsky, Dannielle Hodson, Marco Adamo, Adam Cruces, Rachele Palladino ā che stanno ancora costruendo il proprio linguaggio, aprendo nuove strade in un paesaggio artistico che non smette di trasformarsi. La loro presenza in questo testo non ĆØ solo un tributo al presente: ĆØ un atto di fiducia nel futuro dell’arte come pratica di libertĆ , di conoscenza e di cura.
In fondo, come scrive Giancarlino Benedetti Corcos attraverso le parole di Achille Bonito Oliva, Ā«l’arte ĆØ una terapia, ma non una terapia d’urto: ĆØ il tramite e la possibilitĆ di un viaggio che attraversa luoghi bui, momenti solari e anche un clima notturno, perchĆ© la notte della pittura e della letteratura non ĆØ il momento dell’incubo, ĆØ il momento della massima possibilitĆ Ā». Ć in questa massima possibilitĆ ā nel buio fecondo che precede ogni alba ā che vivono e operano tutti gli artisti di queste pagine.
Massimo Lupoli
Voices of the Contemporary
Dialogues, Bodies, Memories and Languages in the Art of Our Time
Introduction: A Constellation of Gazes
To speak of contemporary art is to engage with a plural horizon that resists any single, definitive formula. The biographies and works of the artists gathered in this text offer the most eloquent proof of this: diverse geographical origins, generations far apart, expressive languages ranging from painting to sculpture, from performance to photography, from installation to the artistās book. And yet, as their stories unfold, slender threads emerge to connect them ā the tension between the individual and collective history, the body as a field of inquiry, memory as raw material, doubt as method.
This text does not seek to establish a hierarchy or trace a linear history. Rather, it aims to offer a journey through some of the most significant poetics in the international artistic landscape, recognising in each voice its own specificity, while also acknowledging its capacity to enter into dialogue with others. From the masters of the Italian avant-garde to emerging European artists, from the pioneers of American Conceptual Art to Chinese artist-performers, each presence contributes to drawing a map of art that is, above all, a map of the world.
I. Italy as Laboratory: Between Avant-Garde and Conceptual Inquiry
The Italian scene of the post-war period and the 1970sā80s represents one of the most fertile moments in the history of European art. It is in this context that artists such as Fabio Mauri, Bruno Ceccobelli, Paolo Icaro and Aldo Mondino developed their practice, each elaborating a personal language nourished by the encounter between tradition and radical experimentation.
Fabio Mauri
Fabio Mauri, born in Rome in 1926 and died in 2009, is perhaps the most emblematic example of an art that becomes historical consciousness. His works are born from the direct experience of war, fascism, and the Shoah as lived through the Jewish friends who never returned. From 1956 onwards, Mauri worked within the Italian avant-garde, constructing an expressive system that embraced painting, performance, theatre and writing as acts of a single expressive āplace.ā His analysis of ideology as both subject and object of art ā condensed in works such as Che cosa ĆØ il fascismo (What Is Fascism, 1971) and the texts collected in Linguaggio ĆØ guerra (Language Is War, 1975) ā places him among the few Italian artists capable of transforming aesthetic inquiry into a critical instrument for understanding their own time. For Mauri, making art always also means passing judgement on the present.
Bruno Ceccobelli
Bruno Ceccobelli, the son of farmers born near Todi in 1952, brings to his work a fascination with the āelsewhereā ā understood both as physical space and as spiritual dimension. After studying at the Accademia di Belle Arti in Rome and a formative journey that embraced Zen and Taoist Eastern philosophies, Ceccobelli arrived at a pictorial symbolism that transforms matter into an epiphany of the sacred. His participation in the Venice Biennale of 1984 (Aperto section) and 1986 (Arte e Alchimia section) confirmed his role within the Italian avant-garde, yet it is the coherence of a thirty-year investigation ā which brought him to exhibit in the most important European and American museums ā that defines the true measure of his contribution. Ceccobelli transforms the ready-made and the traditional media of art into vehicles of a spiritual symbolism that challenges the nihilism of his time.
Paolo Icaro
Paolo Icaro, born in Turin in 1936, follows the opposite trajectory: from sculpture toward space, from form toward the body, from matter toward time. After studying music and literature, Icaro came to sculpture in the studio of Umberto Mastroianni, before moving to New York in 1966, where his celebrated Forme di spazio (Forms of Space) were born ā structures in metal profiles that transform sculpture from the occupation of space into a generator of space. His participation in the foundational exhibitions of Arte Povera and international process art ā from Arte Povera Im-spazio (Genoa, 1967) to When Attitudes Become Form (Bern, 1969), curated by Harald Szeemann ā established him among the protagonists of the international avant-garde. Icaroās poetics are encapsulated in the paradigmatic title of his 1968 exhibition: Faredisfarerifarevedere (To make, unmake, remake, see again) ā a motto that synthesises a vision of art as continuous exploration of space to be experienced with the body, measured physically and mentally.
Aldo Mondino
Aldo Mondino, born in Turin in 1938 and died in 2005, represents the most eclectic and irreverent strand of Italian art in the second half of the twentieth century. Trained in Paris within the Surrealist milieu of William Hayter, and a frequent companion of artists such as Sebastian Matta and Wilfredo Lam, Mondino returned to Italy bringing with him a magical hybridisation of registers: consumerism and classicism, kitsch and Oriental mysticism, bullfighting and whirling dervishes. His works ā today held in the collections of MoMA New York, MOCA Los Angeles and MACBA Barcelona ā attest to the capacity of an artist to set art and craft, everyday life, nature and religion into dialogue with grace and sharp historical vision.
II. The Body as Battlefield and Poetry
If there is one theme that runs transversally through the works of the artists gathered here, it is the centrality of the body ā as the site of identity and conflict, of desire and vulnerability, of memory and transformation. Kiki Smith, Betty Bee, Alina Grabovsky and Dannielle Hodson engage with this theme using different tools and sensibilities, but with equal intensity.
Kiki Smith
Kiki Smith, born in Nuremberg in 1954 and raised between Germany and the United States, is among the most powerful voices in contemporary American art. Her investigation of the human body was born of double grief ā the death of her father Tony Smith in 1980 and that of her sister from AIDS in 1988 ā and unfolds into an ambitious exploration of mortality and physicality. Sculpted organs, bodily fluids, female figures mutilated or in transformation: Smithās works traverse art history, Catholic liturgy, biology and mythology, constructing a visual universe in which the body becomes an open text through which themes of gender, ethnicity and spirituality are read. The more than thirty museum collections that hold her works ā from MoMA to the Tate, from the Metropolitan to the Whitney ā attest to the breadth of her cultural impact.
Betty Bee
Betty Bee ā the āeternal bad girlā of the Italian and Viennese art scene ā chooses her own body as the primary instrument of narration. Active from the early 1980s in Vienna as a performer, then a central figure on the Neapolitan and Italian scene, Betty Bee fuses art and life in a practice irreducible to any single label. Figurative and phosphorescent painting, photography, video, performance and installation interweave in a body of work that explores the tragicomic, desire, sexuality, voyeurism, the sacred and the profane with a freedom that both disconcerts and fascinates. Her participation in the 54th Venice Biennale in the Italian Pavilion in 2011, and her collaborations with critics such as Achille Bonito Oliva, confirmed her critical recognition ā yet the true force of Betty Bee lies in her capacity to transform every personal experience, including the most intimate wounds, into a shareable artistic event.
Alina Grabovsky
Alina Grabovsky, born in 1987 in Kyiv and raised as a refugee in Germany, brings to her painting the tensions of a biography marked by plurality and displacement. A graduate as Meisterschülerin at the Staatliche Akademie in Karlsruhe, Grabovsky has developed a pictorial language in which large figurative and abstract canvases alike host incomplete bodies, spaces devoid of logical perspective, and atmospheres suspended between the real and the oneiric. Her work ā which has already attracted public acquisitions, international residencies and exhibitions throughout Europe and in New York ā constitutes a continuous interrogation of the fluidity of identity: Ukrainian, Jewish, German, Austrian, migrant. In this painting, the body is never a stable given, but a subject in perpetual transition.
Dannielle Hodson
Dannielle Hodson, trained at the Royal College of Art and Central Saint Martins in London, brings to contemporary art a radically disturbing vision. Her paintings operate in an arena of excess, influenced by research into the monstrous in the social sciences, psychology, fairy tales and horror. Figures emerge and disintegrate simultaneously; coherence and collapse occupy the same pictorial space in a logic akin to quantum superposition. Hodsonās work ā recognised with the Derbyshire Award in 2022 and present in galleries such as Kravets Wehby in New York and JD Malat Gallery in London ā resists the closure of meaning, favouring a perpetual ābecomingā that draws the viewer into a moment of visual and conceptual instability.
III. Conceptual Art and Language: Thought Made Visible
Among the most enduring contributions to twentieth-century art is the conceptual revolution, which shifted the workās centre of gravity from object to idea, from the visible to thought. Mel Bochner and Hans-Peter Feldmann were absolute protagonists of this movement, each in his own way.
Mel Bochner
Mel Bochner, born in Pittsburgh in 1940 and died in February 2025, is considered one of the founders of Conceptual Art. His 1966 exhibition at the School of Visual Arts in New York ā Working Drawings and Other Visible Things on Paper Not Necessarily Meant to Be Viewed as Art ā is cited as one of the first conceptual art exhibitions in the world. Bochner reshaped the canon of contemporary art by developing exhibition strategies that are today taken for granted: the use of gallery walls as the subject of the work, the photographic documentation of ephemeral works, the relationship between language and perception. Yet Bochnerās greatness also lies in his ability to resist crystallisation within a single register: from the conceptual works of the 1960s to the large coloured paintings with texts ā such as the celebrated Blah! Blah! Blah! series ā his trajectory demonstrates that the sensual and the conceptual do not exclude but nourish one another.
Hans-Peter Feldmann
Hans-Peter Feldmann, German born in 1941 and died in 2023, followed a quieter, more ironic path. His method ā collecting, ordering, re-presenting ā transforms banal images from everyday life into profound interrogations of visual habit, collective memory and mass culture. The small hand-made books of the 1960s and 1970s, the installations with photographs of shoes or of newspaper pages from 12 September 2001, the works that mix high culture and desire in a āmischievousā way: everything in Feldmann speaks of an artistic practice that refuses the exceptional in order to embrace the everyday as the privileged site of meaning.
IV. Painting as Gesture and Inquiry: Between Europe and America
Painting ā despite its periodically proclaimed ādeathsā by critics ā continues to be the place in which many artists find their most authentic language. David Bowes, Jerry Zeniuk, Giancarlino Benedetti Corcos and James Brown represent so many variations of this fidelity to painting, each with a different posture in relation to tradition.
David Dirrane Bowes
David Dirrane Bowes, an American born in 1957 based in Turin, was first recognised in the 1980s in New Yorkās East Village. His paintings ā vibrant, with free brushwork and references to allegory, mythology and art history ā embody that ādelicacy of touch and genuine fascination with the medium of paintingā that critics have long recognised in him. His presence at the 48th Venice Biennale in 1999 and in the collections of institutions such as the Walker Art Center and LACMA confirms his position as a painter capable of holding together tradition and modernity with grace and intelligence.
Jerry Zeniuk
Jerry Zeniuk, born in 1945 in Germany to a Ukrainian refugee, brings to painting a sensibility formed between Colorado, New York and Munich. His monochrome painting of the 1970s ā presented in the memorable group exhibition Fundamental Painting at the Stedelijk Museum in Amsterdam in 1975 ā evolved over time towards compositions in which circles, points and coloured forms float on whitened or raw canvases, generating a pictorial space in which light is detained and colours are not mere carriers of emotion but reflections of social and human relationships. Retrospectives at the Lenbachhaus in Munich (1999) and the Kunsthalle in Karlsruhe (2004) attest to the institutional recognition of a painter who has made beauty his ultimate aim.
Giancarlino Benedetti Corcos
Giancarlino Benedetti Corcos, Roman by training in both architecture and painting, inhabits the space of the avant-garde with an abrasive brushstroke and a style that Achille Bonito Oliva has described as āinterwoven, suspended between figuration and abstraction, between geometry and ornament.ā His canvases ā painted on ceramic, wood, paper or cloth, often outdoors with a āsheetā hung on a wall ā give rise to a flow of images rich in eroticism and vital energy, in which expressionism is not Nordic but ācloser to the Roman School, particularly that of Scipione.ā His participation in the 2012 Venice Biennale curated by Vittorio Sgarbi consecrated an artist who has made the direct relationship with urban space and the passer-by a founding element of his poetics.
James Brown
James Brown, an American born in Los Angeles in 1951 and died in Mexico City in 2020, built a career that is itself a journey. After a classical Jesuit education and studies at the Ćcole des Beaux-Arts in Paris, Brown chose the Valley of Oaxaca as his spiritual home, collaborating with local artists for the production of traditional carpets and artistās books printed using antiquated methods. His painting ā semi-figurative, close to cave art yet steeped in tribal and spiritual motifs ā maintains an equilibrium between tradition and modernity that is the result of decades of dialogue between diverse cultures. The boundary between representation and abstraction is always difficult to define in his work: a productive tension that reflects the creative restlessness of a lifetime.
V. Identity, Memory and Migration: Art as Home
Some of the most significant voices in contemporary art are those of artists who have made the experience of migration, displacement and plural belonging their primary material. Valeria Sanguini, Xiao Lu and Rachele Palladino each explore, with different tools, the relationship between personal identity and collective context.
Valeria Sanguini
Valeria Sanguini, born in Addis Ababa in 1973 and long divided between Rome and Berlin, is an artist whose practice mirrors a biography of crossings. Trained at the Accademia di Belle Arti in Rome and at the Burg Giebichenstein in Halle, Sanguini participated in a course with Marina AbramoviÄ at the Fondazione Ratti in Como in 2001, an experience that consolidated her vocation for an art that inhabits spaces ā tents, workshops, urban margins ā as places of encounter and transformation. The project La Tenda (The Tent), exhibited at the MAAM in Rome and then at the MACRO Mattatoio in 2024, embodies her vision of an art that builds community, transforming abandoned spaces into sites of memory and future. In an era of walls and borders, Sanguiniās practice chooses porosity.
Xiao Lu
Xiao Lu, born in 1962 in Hangzhou, is above all known for her performances, which have consecrated her as one of the most radical artists in the contemporary Chinese scene. Her participation in the exhibition China/Avant-Garde in 1989 at the National Art Museum of Beijing remains a legendary episode: with a gesture that did not hesitate to cross the boundary between art and real action, Xiao Lu opened a breach in the history of Chinese art. After years spent in Australia, between Beijing and Hangzhou, and then again in Sydney, her work is today held in the collections of MoMA, the Tate Modern and numerous international institutions. Her story ā as an artist, a woman, a migrant ā is the account of an impossible dialogue that she chose to make possible through art.
Rachele Palladino
Rachele Palladino, Roman born in 1971, with a practice that interweaves graphic art, painting, textiles and social art, brings to her work the conviction that exchange and gift are the founding values of an authentic artistic practice. Working with paper, ink, fabrics, wood and glass, Palladino creates āfunctional serialsā ā tapestries, money boxes, handmade objects ā in which art ceases to be an isolated object and becomes a gesture of relationship to describe her capacity to find the positive word and the smile even in lifeās trials, transforming lightness into an instrument of artistic inquiry. A lightness, however, that is anything but superficial.
VI. Irony, Provocation and the Market: Cattelan and the Challenge to the Norm
No panorama of contemporary art would be complete without reckoning with Maurizio Cattelan ā born in Padua in 1960, considered one of the most important and controversial Italian artists of his generation. Self-taught in sculpture after a series of odd jobs of every kind, Cattelan has built a career founded on systematic provocation, the subversion of expectations and the use of irony as a critical weapon.
His works ā combining sculpture, performance, happenings, provocative actions and commentary texts ā have never ceased to interrogate the mechanisms of the art market, the symbols of power, the contradictions of history. Stadium (1991), the extraordinarily long foosball table pitting eleven Senegalese workers against eleven Cesena FC reserves, is already a manifesto: art as a zone of encounter and clash between bodies, cultures and systems. The rest of his career is a variation on the theme: every work is a short circuit, every exhibition an ambush on the viewerās comfort. The magazine Toilet Paper, the temporary withdrawal from the scene, the return with the promise of yet more provocative works for public spaces: everything in Cattelan testifies to the intelligence of an artist who has understood that true contact with the public ā and true debate ā is achieved not in galleries, but in the arena of life.
VII. Art, Sport and Matter: New Energies in Painting
Contemporary art never ceases to seek new points of contact between aesthetic creation and the vital energies of the body, sport and physical action. Artists such as Vik Muniz, Marco Adamo and Adam Cruces explore this frontier with differing sensibilities and methods.
Vik Muniz
Vik Muniz, a Brazilian from SĆ£o Paulo born in 1961, is one of the most original artists on the international scene. His practice is a visual paradox: he recreates iconic images from art history or popular culture using ephemeral and unconventional materials ā sugar, diamonds, chocolate, dust, rubbish ā and then fixes them through photography, the sole physical trace of the work. Yet Munizās work is not mere technical virtuosity: it is a profound sociological inquiry into the image and its value. The documentary Waste Land (2010), which follows his collaboration with the catadores of the Jardim Gramacho landfill site in Rio de Janeiro, showed the world the transformative power of an art that uses the everyday materials of the marginalised to restore to them dignity and visibility.
Marco Adamo
Marco Adamo, from Puglia, born in 1990, found his artistic voice in the encounter between a passion for football and the discovery of art. His technique ā a football dipped in vivid colours and kicked repeatedly against giant canvases ā evokes the Action Painting of Jackson Pollock, yet with an originality rooted in the energy and vitality of sport. Just as Pollock transformed the painterly gesture into a performative act, Adamo transforms the football pitch into an atelier, the ball into a brush, the kick into an artistic gesture. His works ā including a tribute to the heroes of the Grande Torino, with thirty-one white kicks on a garnet-coloured canvas, installed at the Stadio Filadelfia ā have won the recognition of distinguished gallerists such as Stefano Contini and Massimo Lupoli.
Adam Cruces
Adam Cruces, a Texan born in 1985 based in Zurich, brings to his practice a rigorous conceptual sensibility. His site-specific installations investigate the balance between obligation and recreation in association with contemporary lifestyles, approached both as contextual factors in which the work is physically experienced, and as conceptual factors in relation to spatial and temporal use. His most recent project ā painting-sculptures that superimpose realistic paintings onto the very objects they depict, such as a painted Coca-Cola can placed on an actual Coca-Cola can ā probes the boundary between representation and reality with a subtlety that recalls the history of the still life, while projecting it into a present of banal objects and everyday consumption.
VIII. Public Art and Urban Space: The City as Museum
There is finally a thread that connects some of the most radical artistic practices present in this text: the refusal of conventional exhibition spaces and the choice of the city, the street, the pavement as the privileged site of the work. Fausto Delle Chiaie embodies this choice with absolute consistency.
Fausto Delle Chiaie, a Roman born in 1944, has made the pavement between the Mausoleum of Augustus and the Ara Pacis his permanent studio for more than thirty years. His multi-figurative micro-installations, scattered throughout the capital, are defined as āinfra-actionsā in the Infrazionist Manifesto that Delle Chiaie drew up in 1986: an action-placement-donation of works displayed on the ground in the places of art, followed by the artistās withdrawal from the work itself. In this gesture ā which transforms the public into the involuntary custodians of the work ā a vision of art as political and social gesture is condensed, as an āartistic alarm cry of historical malaise.ā The documentaries dedicated to his figure ā from Robaccia rubbish (2010) to Ho fatto una barca di soldi (2013) ā brought this practice to international attention, including that of the 2011 Venice Biennale.
Conclusion: Art as an Open Question
Tracing the biographies and poetics of these twenty-two artists, one common trait emerges with clarity: the conviction that art is, fundamentally, an act of questioning. Not answer, not decoration, not mere provocation ā but an open interrogation of the meaning of living, remembering, building community, inhabiting a body and a space.
This constellation of gazes traverses more than a century of art history ā from the pioneers of conceptualism in the 1960s to the artists who emerged in the 2000s ā and embraces geographies ranging from Italy to Germany, from the United States to Australia, from China to Ukraine. Yet it is not simply the sum of many individual biographies: it is, rather, a collective conversation, in which the voices respond to and question one another, weaving a fabric of meaning richer than any single work.
Fabio Mauri taught us that art is always also a judgement on its own time. Kiki Smith showed us that the body is an inexhaustible text. Maurizio Cattelan reminded us that provocation can be the highest form of intellectual honesty. Mel Bochner demonstrated that thought can become visible without losing its complexity. Vik Muniz proved that beauty can inhabit even rubbish. Fausto Delle Chiaie chose the pavement as a museum without walls.
And then there are the younger voices ā Alina Grabovsky, Dannielle Hodson, Marco Adamo, Adam Cruces, Rachele Palladino ā who are still constructing their own language, opening new paths in an artistic landscape that never ceases to transform. Their presence in this text is not only a tribute to the present: it is an act of faith in the future of art as a practice of freedom, knowledge and care.
In the end, as Giancarlino Benedetti Corcos writes through the words of Achille Bonito Oliva, āart is a therapy, but not shock therapy: it is the medium and the possibility of a journey that traverses dark places, sunlit moments and even a nocturnal climate, because the night of painting and of literature is not the moment of nightmare, it is the moment of supreme possibility.ā It is in this supreme possibility ā in the fertile darkness that precedes every dawn ā that all the artists of these pages live and work.
Massimo Lupoli
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