WE COME IN PEACE SEEKING GOLD AND SLEVES
2014
found plastic weave bag with custom woven tartan
cm 60 × 80
Dan Halter nasce nel 1977 a Harare, nell’allora Rhodesia, oggi Zimbabwe. La sua ricerca nasce da una posizione identitaria complessa: bianco, di origine svizzera, cresciuto nello Zimbabwe post-coloniale e residente in Sudafrica.
Attraverso materiali poveri, oggetti migranti, tessuti, banconote, sacchi intrecciati e riferimenti alla cultura popolare africana, Halter indaga migrazione, colonialismo, memoria, diaspora e appartenenza. La sua arte trasforma materiali quotidiani in dispositivi politici, capaci di raccontare le contraddizioni profonde dell’Africa meridionale contemporanea.
Origini nello Zimbabwe post-coloniale
Dan Halter nasce nel 1977 a Harare, allora Salisbury, capitale della Rhodesia. La sua nascita avviene durante la Zimbabwe War of Liberation, il conflitto che opponeva il governo di Ian Smith ai movimenti nazionalisti di liberazione ZANU e ZAPU.
Figlio di genitori svizzeri immigrati di prima generazione, Halter cresce in una condizione identitaria già complessa: europeo per origine familiare e passaporto, ma profondamente legato allo Zimbabwe come luogo d’infanzia e formazione. Il passaporto svizzero diventerà per lui un elemento pratico e simbolico fondamentale, legato alla libertà di movimento e al potere dei documenti nel determinare chi può attraversare i confini e chi no.
Quando lo Zimbabwe ottiene l’indipendenza nel 1980, Halter ha tre anni. Cresce nei primi anni del nuovo Stato, in un momento attraversato da speranze, tensioni e promesse di trasformazione. La sua infanzia, che lui stesso definisce confortevole, porta però dentro di sé tutto il peso di una posizione ambigua: quella di un bambino bianco nello Zimbabwe post-coloniale, figlio di europei rimasti nel paese dopo la fine della Rhodesia.
La Svizzera, il Sudafrica e la formazione artistica
Dopo il liceo in Zimbabwe, Halter trascorre alcuni anni in Svizzera, dove frequenta per un anno una scuola d’arte. Ma la Svizzera, pur essendo il paese dei suoi genitori e del suo passaporto, non è il luogo che percepisce come casa. La nostalgia dello Zimbabwe diventa un primo segnale della frattura identitaria che attraverserà tutta la sua opera.
Successivamente si trasferisce in Sudafrica per studiare arte, poiché in Zimbabwe non era possibile seguire un percorso universitario in questo ambito. Nel 2001 consegue il BAFA, Bachelor of Fine Arts, presso l’Università di Cape Town.
Alla Michaelis School of Fine Art matura un passaggio decisivo: abbandona progressivamente la pittura per concentrarsi su materiali capaci di portare con sé un significato storico, politico e sociale. Da questo momento il materiale non è più solo supporto, ma diventa contenuto.
I sacchi di plastica cinesi e la valigia del migrante
Uno dei materiali più riconoscibili della ricerca di Dan Halter è il sacco di plastica intrecciata di produzione cinese: quei grandi borsoni a scacchi colorati, economici, resistenti e diffusi in tutto il mondo.
Questi sacchi sono diventati, in molti contesti, il simbolo del bagaglio del migrante. In Nigeria sono conosciuti come “Ghana Must Go”, in riferimento all’espulsione forzata dei ghanesi negli anni Ottanta; in Germania vengono chiamati Polen Tasche o Türken Koffer; in Sudafrica sono associati ai migranti shangaan o zimbabwiani.
Halter li taglia, li intreccia, li ricompone e li trasforma in opere che ricordano arazzi, tappeti o tessuti tradizionali. L’oggetto povero, associato allo spostamento e alla precarietà, viene elevato a superficie artistica. In questo passaggio si trova uno dei nuclei più forti della sua ricerca: usare i materiali della migrazione con la stessa dignità formale riservata ai materiali dell’arte e dell’artigianato tradizionale.
Materiali, memoria e politica
La pratica di Halter è fondata su una vera e propria politica dei materiali. Ogni elemento scelto porta con sé una storia.
Tra questi materiali c’è lo shweshwe, tessuto caratteristico dell’Africa australe ma di origine europea, derivato dalla tecnica del blaudruck introdotta dai coloni tedeschi e svizzeri nel XIX secolo. Nella serie Heidi und Heinz in Afrika, realizzata durante una residenza in Germania, Halter utilizza questo tessuto per riflettere sulla presenza europea in Africa e sulla trasformazione culturale degli oggetti coloniali.
Un altro nucleo importante è la serie Domboremari, termine shona che significa “le rocce dei soldi”. L’opera prende spunto dalle balancing rocks, formazioni granitiche vicino ad Harare diventate icone delle banconote zimbabwiane. Durante l’iperinflazione del 2008, quelle immagini apparivano su banconote sempre più svalutate, fino alla celebre banconota da 100 trilioni di dollari zimbabwiani.
Halter riprende quell’immagine e la trasforma in linocut, producendo edizioni in colori diversi che richiamano le banconote originali. La storia economica dello Zimbabwe diventa così immagine, superficie e memoria collettiva.
Identità dislocata e diaspora zimbabwiana
La posizione identitaria di Halter è una delle chiavi centrali del suo lavoro. Bianco, di origine svizzera, cresciuto nello Zimbabwe post-coloniale e residente in Sudafrica, l’artista abita uno spazio difficile da definire.
La sua pratica affronta il senso di identità nazionale dislocata, la migrazione umana e l’humor nero delle realtà presenti nell’Africa meridionale. La storia coloniale non è per lui un tema esterno da osservare a distanza, ma una struttura dentro cui riconoscere anche la propria posizione.
Una sua frase sintetizza con grande precisione questa consapevolezza: è come ricercare una tragedia avvincente solo per scoprire di essere il villain. Non è una confessione semplificata, né una richiesta di assoluzione, ma il riconoscimento che nessuna posizione storica è neutra.
Rhodesia, memoria e violenza
In opere come Where All Problems End / Mupedzanhamo, Halter affronta direttamente la memoria della Rhodesia. L’opera raffigura simbolicamente una lapide per lo Stato coloniale, delimitata da due armi: la Maxim Gun, strumento della conquista imperiale britannica, e l’AK-47, simbolo della guerriglia anticoloniale.
La Rhodesia appare così come un corpo storico sepolto, nato e morto attraverso la violenza. Non c’è nostalgia, ma una registrazione critica di ciò che è stato e delle ferite che ha lasciato.
In The Revenge of 400 Years is Losing its Baby Teeth, Halter utilizza cinque denti da latte incisi e una ciabatta di plastica colorata, trasformando oggetti minuscoli e quotidiani in una riflessione enorme sulla vendetta storica, sulla schiavitù, sul colonialismo e sulla lentezza con cui le ingiustizie vengono elaborate.
Residenze e mostre internazionali
La carriera di Dan Halter si sviluppa attraverso residenze e mostre in numerosi contesti internazionali, tra cui Zurigo, Rio de Janeiro, Torino e la Scozia. In ciascuno di questi luoghi, l’artista porta la propria prospettiva zimbabwiana a interrogare storie locali legate a colonialismo, denaro, migrazione e potere.
Tra le principali mostre personali si ricordano Take Me to Your Leader alla João Ferreira Gallery di Cape Town nel 2006, Never Say Never alla Derbylius Gallery di Milano nel 2008, Mappa Del Mondo al Nassauischer Kunstverein di Wiesbaden nel 2011, HeartlanD alla Joburg Art Fair nel 2013, Mafuta Farm a New York nel 2017, Money Loves Money all’Osart Gallery di Milano nel 2021, DNA Halter: Language is a Virus a Cape Town nel 2023 e Dust in the Balance nel 2024.
Collezioni
Le opere di Dan Halter fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private internazionali, tra cui la South African National Gallery, la collezione UNISA, l’Albright-Knox Art Gallery di Buffalo, il Tate Modern di Londra, la National Gallery of Victoria di Melbourne, il Pérez Art Museum di Miami, la Pigozzi Collection, la Artphilein Collection e la Rennie Collection di Vancouver.
Curio, craft e arte concettuale
Il lavoro di Halter si muove tra arte concettuale, artigianato, cultura materiale e oggetto turistico. Utilizza il linguaggio del craft e del curio — souvenir, tessuti, sacchi, oggetti apparentemente marginali — per costruire opere che parlano di storia, economia, migrazione e potere.
La forza della sua ricerca sta proprio in questa ambiguità: ciò che a prima vista può sembrare decorativo o familiare rivela, osservato più attentamente, una trama di violenze storiche, spostamenti forzati, memorie coloniali e identità spezzate.
Dan Halter vive e lavora a Cape Town. La sua opera continua a interrogare le contraddizioni dell’Africa meridionale contemporanea, trasformando materiali ordinari in immagini dense, ironiche e politicamente taglienti.
LUN – VEN
9.00 – 13.00
15.00 – 19.00
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