CHOLITA WRESTLING
2020
Black and photograph on barytha paper
cm 70 × 70
Anna Jermolaewa nasce nel 1970 a Leningrado, oggi San Pietroburgo, e cresce negli ultimi anni dell’Unione Sovietica. La sua storia personale attraversa direttamente alcuni dei grandi nodi politici del Novecento: il dissenso, la censura, l’esilio, la migrazione, l’asilo politico e la costruzione di una nuova identità in un altro paese.
La sua ricerca artistica nasce da questa esperienza, ma non la trasforma mai in racconto autobiografico diretto. Jermolaewa lavora piuttosto sulle tracce minime della storia: una panchina, una cabina telefonica, un pollo allo spiedo, una lastra radiografica, un balletto trasmesso in televisione.
Oggetti e gesti apparentemente ordinari diventano dispositivi capaci di rivelare sistemi di potere, esclusione, controllo e resistenza.
Leningrado, l’URSS e il dissenso
Anna Jermolaewa nasce nel 1970 a Leningrado, in una famiglia ebraico-russa. Cresce in un sistema in cui l’ideologia attraversa ogni aspetto della vita pubblica, compresa la formazione artistica. Frequenta un liceo artistico conservatore, dove il disegno è ancora legato ai modelli del Realismo Socialista e alla rappresentazione di operai, contadini e soggetti funzionali alla retorica dello Stato.
A diciassette anni entra direttamente nella storia politica del suo paese. Sposa il poeta ucraino Vladimir Yaremenko e partecipa alla fondazione dell’Unione Democratica, considerata il primo partito d’opposizione organizzato dell’Unione Sovietica. Nella propria casa contribuisce alla stampa del settimanale “Democratic Opposition”, distribuito in circa cinquecento copie.
Quel gesto, piccolo nei numeri ma enorme nel contesto dell’URSS di fine anni Ottanta, attira l’attenzione del KGB. Nel 1989 viene aperto contro di lei e contro altri editori un procedimento penale, noto come “Caso n. 64”, considerato uno degli ultimi processi di questo tipo prima del crollo dell’Unione Sovietica.
La fuga e l’arrivo a Vienna
Di fronte alla persecuzione politica, Jermolaewa e Yaremenko sono costretti a lasciare il paese. Grazie all’aiuto di attivisti legati a Solidarność ricevono un invito per Cracovia, dove vengono ospitati per alcuni giorni. Da lì raggiungono Vienna su un autobus di turisti polacchi diretti in Austria.
Dopo le prime notti trascorse in condizioni precarie, Jermolaewa passa dal campo profughi di Traiskirchen e da altre strutture per rifugiati nell’Austria meridionale, fino a ottenere asilo politico.
L’esperienza dell’arrivo in Austria diventerà, molti anni dopo, materia centrale della sua opera. In Research for Sleeping Positions del 2006, l’artista torna alla stazione Westbahnhof di Vienna e prova a dormire su una panchina. I braccioli, aggiunti nel tempo per impedire alle persone di sdraiarsi, trasformano un semplice elemento urbano in un dispositivo di esclusione. Il corpo che non riesce a trovare posizione diventa immagine concreta della condizione del rifugiato.
Vienna e la formazione artistica
A Vienna Jermolaewa ricostruisce la propria vita e la propria formazione. Studia Storia dell’Arte all’Università di Vienna, dove si laurea nel 1998, e successivamente Pittura, Grafica e Nuovi Media all’Accademia di Belle Arti di Vienna, completando il percorso nel 2002.
Questa doppia formazione le permette di costruire una pratica libera dai confini di un solo linguaggio. Video, installazione, fotografia, pittura, performance e scultura diventano strumenti diversi per osservare la realtà e far emergere ciò che spesso resta invisibile.
Il suo sguardo si concentra sulle banalità del quotidiano, su oggetti e situazioni che sembrano marginali ma che rivelano strutture sociali, politiche e culturali profonde. La sua arte non alza mai la voce in modo retorico. Preferisce l’ironia, l’assurdo, la precisione del dettaglio e una forma di empatia critica.
La Biennale di Venezia e Hendl Triptych
Il primo grande riconoscimento internazionale arriva nel 1999, quando Harald Szeemann la invita alla 48ª Biennale di Venezia. L’opera presentata è Hendl Triptych, una video-installazione a tre schermi in cui appaiono polli allo spiedo che ruotano lentamente durante la cottura.
Il soggetto è volutamente ordinario, quasi banale. Proprio per questo diventa perturbante. Il consumo quotidiano viene mostrato come meccanismo ripetitivo, automatico, quasi industriale. Il pollo che gira sullo spiedo diventa immagine della vittima, del corpo trasformato in prodotto, della violenza nascosta dentro l’abitudine.
È uno dei tratti fondamentali della ricerca di Jermolaewa: partire da qualcosa che tutti conoscono per rivelarne la dimensione politica.
Research for Sleeping Positions e il corpo nello spazio pubblico
Nel 2006 realizza Research for Sleeping Positions, una delle opere più emblematiche della sua pratica. Il titolo richiama il linguaggio della ricerca scientifica, ma il soggetto è estremamente concreto: un corpo che cerca di dormire su una panchina dove dormire è stato reso impossibile.
La panchina della stazione Westbahnhof non è soltanto un ricordo personale. È il simbolo di un’architettura urbana pensata per controllare il comportamento dei corpi, soprattutto di quelli più vulnerabili. Il gesto dell’artista, ripetuto con ostinazione e ironia, mostra come il potere possa agire anche attraverso dettagli apparentemente insignificanti.
Premi, media e maturità della ricerca
Tra il 2009 e il 2011 Jermolaewa riceve importanti riconoscimenti, tra cui il Preis der Stadt Wien per l’arte contemporanea e l’Outstanding Artist Award del Ministero della Cultura austriaco.
La sua pratica continua a svilupparsi attraverso media diversi. Non si tratta di eclettismo, ma di una precisa libertà metodologica. Ogni opera sceglie il linguaggio più adatto al tema che affronta. Il video diventa osservazione del tempo, l’installazione diventa esperienza fisica dello spazio, la fotografia conserva tracce, la performance mette in gioco direttamente il corpo.
The Penultimate e le rivoluzioni colorate
Nel 2017 realizza The Penultimate, una serie di piante associate alle cosiddette “rivoluzioni colorate”. Ogni pianta rimanda a un movimento popolare contro un regime oppressivo, trasformando la memoria politica in una forma organica, fragile e viva.
La rivoluzione non è rappresentata attraverso la bandiera o lo slogan, ma attraverso qualcosa che cresce, cambia, appassisce e rinasce. Anche in questo caso Jermolaewa evita la retorica del monumento e sceglie una forma più sottile, capace di parlare della resistenza come processo vitale.
Ariadne e l’impegno per i rifugiati
Nel 2021 Jermolaewa cofonda Ariadne – Wir Flüchtlinge für Österreich, un’associazione composta da rifugiati politici che mettono la propria esperienza al servizio dei nuovi arrivati.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, Ariadne offre supporto concreto alle persone in fuga dalla guerra. In quel momento l’artista percepisce l’insufficienza dell’arte di fronte all’urgenza della realtà e sceglie l’azione diretta. Questo impegno sociale diventa parte integrante della sua posizione etica, senza trasformarsi in propaganda.
Ribs e la memoria della censura sovietica
Nel 2022 realizza Ribs, un’opera dedicata a una pratica clandestina diffusa nell’URSS degli anni Cinquanta e Sessanta: la copia di musica proibita su lastre radiografiche scartate.
Jazz e rock’n’roll, vietati dal regime, venivano incisi su radiografie recuperate dagli ospedali. Le immagini di costole, polmoni e vertebre diventavano così supporto per suoni censurati. Jermolaewa riattiva quella memoria e la porta nel presente, mostrando come la cultura trovi sempre forme impreviste per sopravvivere al controllo.
Rehearsal for Swan Lake e il Padiglione Austriaco
Nel 2024 Anna Jermolaewa rappresenta l’Austria alla 60ª Biennale di Venezia, all’interno di una Biennale intitolata Stranieri Ovunque. Per un’artista fuggita dall’URSS e accolta dall’Austria come rifugiata politica, il tema assume una risonanza personale e storica potentissima.
L’opera centrale del Padiglione Austriaco è Rehearsal for Swan Lake. Il riferimento è al Lago dei Cigni di Čajkovskij, balletto che nella televisione sovietica veniva trasmesso in loop durante momenti di instabilità politica, come la morte di un leader o un colpo di Stato.
Jermolaewa trasforma quel simbolo di sospensione e censura in un’immagine di attesa e possibile liberazione. Le ballerine non sono soltanto figure della tradizione culturale russa, ma presenze che sembrano provare la fine di un potere autoritario.
Nel Padiglione compaiono anche cabine telefoniche provenienti dal campo profughi di Traiskirchen. Le loro pareti conservano scritte, numeri, tracce e messaggi lasciati da persone in transito. Diventano archivi emotivi della migrazione, luoghi in cui paura, speranza e memoria restano inscritte nella materia.
Tutta l’arte è politica
Anna Jermolaewa rifiuta l’idea di essere definita semplicemente un’artista politica. Per lei tutta l’arte è politica, anche quando finge di non esserlo.
La sua opera lo dimostra con chiarezza. Il politico non appare solo nei grandi eventi storici, ma nelle forme più comuni della vita quotidiana: una panchina, una cabina telefonica, una lastra radiografica, un pollo allo spiedo, un balletto televisivo. Sono oggetti e situazioni apparentemente minori, ma proprio lì si depositano le strutture del potere, della memoria e dell’esclusione.
Anna Jermolaewa vive e lavora a Vienna. La città che l’ha accolta nel 1989 è diventata il luogo da cui continua a osservare il mondo, tenendo insieme esperienza personale, storia collettiva e una capacità rara di trasformare il quotidiano in immagine critica. La sua ricerca racconta cosa significa essere stranieri ovunque e, allo stesso tempo, costruire una forma di appartenenza ovunque sia possibile restare.
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